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		<title>L’Italia del Ponte sullo Stretto e dello pseudo sviluppo</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 16:03:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[

di Enrico Sacco, pubblicato su www.noponte.it
Motivi di studio e di ricerca hanno orientato negli ultimi mesi la mia attenzione sulla pluridecennale questione delle grandi infrastrutture. Il Ponte che dovrebbe attraversare lo Stretto di Messina, simbolo monumentale di una futura rinascita meridionale, mi si pone di fronte con il carico di ambiguità che si porta dietro. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://3.bp.blogspot.com/_MJaWLjVMukY/TFwd1gk-AEI/AAAAAAAAAbs/0y0rhKoyimc/s400/capo+peloro.jpg" alt="" width="240" height="195" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">di <em><strong>Enrico Sacco</strong></em>, pubblicato su <a href="http://www.noponte.it">www.noponte.it</a></p>
<p style="text-align: justify;">Motivi di studio e di ricerca hanno orientato negli ultimi mesi la mia attenzione sulla pluridecennale questione delle grandi infrastrutture. Il Ponte che dovrebbe attraversare lo Stretto di Messina, simbolo monumentale di una futura rinascita meridionale, mi si pone di fronte con il carico di ambiguità che si porta dietro. La lettura e l’interpretazione dei numerosi punti di vista a riguardo generano sconforto, l’eterogeneità dei saperi impiegati costringe l’osservatore a uno sforzo continuo. Si alternano le analisi economiche dei costi benefici imputabili all’opera alle faccende concernenti la sua incerta cantierabilità, le dispute sulla sostenibilità che vedono impegnati organizzazioni ambientaliste e amministrazioni locali e nazionali. Il ponte sostenuto e difeso, durante una particolare fase politica, da un partito di centro-sinistra e successivamente delegittimato e osteggiato da quello stesso partito. Il ponte della mafia, affare delle cosche e della criminalità internazionale; il ponte delle promesse, dei cantieri, del mercato, dell’impresa, delle prebende compensative, dell’Italia che crea nuovi posti di lavoro, leva infrastrutturale per grandi commerci mediterranei. Il Ponte dell’Europa unita, con i suoi lunghi corridoi pronti ad accogliere viaggiatori privi di un’identità comune. Raccolgo dati, interessi, documenti, regolamenti, articoli, lavori scientifici e cresce in me la sensazione che l’Italia tutta finisce per rispecchiarsi nel ponte. I suoi deficit strutturali, la sua burocrazia bizantina, il suo porre puntualmente in secondo piano gli interessi pubblici a scapito di quelli privati. Il ponte, allora, come luogo di osservazione privilegiato dello pseudo sviluppo italico.<br />
Le vicende che intorno all’opera gravitano indicano la fragilità delle istituzioni locali nel progettare lo sviluppo dei propri territori, l’inadeguatezza degli strumenti convenzionali impiegati dagli economisti al fine di decretare l’utilità o inutilità di un’opera, l’assenza di un sistema di governance in grado di dar voce<span id="more-547"></span> agli interessi diffusi, l’uso distorto e poco trasparente delle informazioni da parte dei più importanti mezzi di comunicazione di massa. Tutto porta a considerare il grande ponte come sintesi delle anomalie italiche, compresa la perenne attrazione per una gestione centralizzata dell’economia e della società da parte dei governi nazionali e la scarsa propensione dei cittadini a prendere parte attivamente al governo della cosa pubblica. Da un lato, il ponte come espressione di una cultura eteronoma dello sviluppo ancora fortemente radicata nelle istituzioni. Dall’altro, rilevatore del fatto che la classe dirigente del Paese vive sempre più alla giornata, in balia dell’effimera dichiarazione estemporanea rilasciata in politichese, del tracotante populismo dei partiti liquidi, della resistenza spuria e difensivista degli ultimi rappresentanti sindacali. L’Italia del ponte sembra non avere più certezze, obiettivi, programmi di sviluppo, idee funzionali ad aggredire la sostanza dei problemi reali.<br />
Se questa è la percezione che prende vita da uno sguardo d’insieme, dalla volontà di riassumere in poche battute le fattezze dell’ennesima stramberia nostrana, le cose cambiano se l’osservatore decide di confondersi nell’universo variegato di piccoli attori che a partire dalla vicenda ponte cercano di esprimere la loro posizione. È possibile in tal caso imbattersi in gruppi di cittadini organizzati, che da circa un decennio si misurano con la complessità dell’opera e con il pulviscolo di attori pubblici e privati che sostiene o contrasta l’iniziativa infrastrutturale. È possibile incontrare, ad esempio, i membri della “Rete No Ponte”, cittadini poco propensi – concedetemi un gioco di parole – a lasciar passare l’acqua sotto i ponti, in attesa che le istituzioni formalmente preposte al governo dello sviluppo comunichino decisioni irrevocabili. Punte visibili di quella cittadinanza attiva che il governo di centro-destra italiano fatica a contenere, a gestire, a neutralizzare. Persone che lavorano, che studiano, che discutono incessantemente in merito alle condizioni di arretratezza della loro città, della loro regione. Si scambiano informazioni, organizzano manifestazioni pubbliche, coinvolgono – o almeno cercano di coinvolgere – i rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali nelle loro iniziative. Rappresentanti che nel corso degli ultimi anni non hanno mai concesso ai cittadini un’arena pubblica adatta al confronto e al dialogo. Sono alla ricerca di politiche alternative quelli della “Rete No Ponte”, sostengono che i loro territori pongono al legislatore problemi più urgenti da risolvere, anzi affermano che il ponte non può essere inteso come un “problema da risolvere”. Come si ricollega quest’intervento a un processo di sviluppo che dovrebbe condurre la società dello Stretto fuori dalla perenne crisi? In che modo potrebbe contribuire a migliorare la condizione dei cittadini? In che modo si rapporta ai cambiamenti globali che investono produzione, trasporto e consumo di beni e servizi? La Sicilia, ricordano, ha una rete stradale e ferroviaria medievale, vive nel più completo abbandono dal punto di vista della messa in sicurezza antisismica e idrogeologica, non riesce a valorizzare la sua innata vocazione turistica e la mafia continua indisturbata a esercitare un controllo capillare su tutto ciò che potrebbe generare ricchezza e benessere. Lamentano una poco lungimirante classe politica, criticano il sistema dell’informazione locale, stretto nella morsa di figure ingombranti che lubrificano radicate cricche economiche e sociali. Assistono alla frantumazione di partiti e sindacati, troppo impegnati sia gli uni che gli altri a disputarsi fette di potere interno e poco avvezzi a riconoscere l’evidenza di una “moderna povertà” post-industriale. Il ponte è percepito come una provocazione, come un gioco a somma negativa, dove a trarne profitto e vantaggi saranno i grandi conglomerati industriali e finanziari. Nel frattempo, spuntano timidamente i primi cantieri, la comparsa delle trivelle ricorda a chi l’avesse dimenticato che c’è un ponte da costruire, ma sembra perpetuarsi un clima d’indifferenza generalizzato tra la popolazione. I proclami in pompa magna tesi ad accentuare il miracoloso impatto modernizzante dell’opera non hanno scalfito quel senso di nostalgica rassegnazione dei passanti: tanto il ponte non si farà! Orfani di priorità istituzionali e punti di riferimento valoriali, gli attivisti no-ponte avvertono il disagio di chi è costretto a muoversi in un ambiente generatore di frustrazione.<br />
Il concetto di movimento, così come quello di rete, non riesce fino in fondo a esprimere la natura del gruppo. Molta letteratura sociologica e politologica ha speso gran parte delle sue energie nel sottolineare il carattere instabile di tali formazioni sociali. Mi rendo conto, invece, che la loro organizzazione e le strategie relazionali poste in essere riescono a fondere in un tutt’uno rigidità e flessibilità, autorità e cooperazione. Sono partiti dalla questione ponte, ma il loro raggio d’azione sembra estendersi progressivamente. Guardano con attenzione alle caratteristiche del tessuto economico locale, formulano proposte d’investimento mirate; chiedono “infrastrutture di prossimità”, interventi cioè di piccolo cabotaggio in grado di migliorare la qualità media della vita. Cittadini che dopo l’orario di lavoro, dopo i corsi universitari, leggono, ascoltano, s’interrogano su tutto ciò che li circonda; reperiscono le informazioni di cui di volta in volta hanno bisogno con sforzi personali, giungono in maniera autonoma alla costruzione di modelli di sviluppo alternativi e, in alcuni casi, arrivano a ipotizzare alternative allo stesso modello sviluppista. Una minoranza che non privilegia un linguaggio scientifico fine a se stesso ed è sprovvista di quella diplomazia accademica che solo i professionisti della conoscenza hanno innalzato a feticcio totemico. La loro scrittura è immediata, non amano le forme generiche, anonime, astratte. Basta leggere i lavori nati nel solco dell’impegno contro il ponte e pubblicati dalla casa editrice terrelibere.<br />
Insomma, mi trovo al cospetto di un’azione civica che merita attenzione e rilievo. Semi di cittadinanza che disegnano prospettive di mutamento dal basso, che hanno interiorizzato una concezione della politica come gestione del bene comune, poco disposti all’adattamento, al silenzio. Lo pseudo sviluppo si affronta anche raccogliendo questi semi dispersi sul territorio meridionale.</p>
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		<title>Corso di formazione gratuito: Obiettivo Convergenza</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 10:45:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Obiettivo Convergenza&#8221; è un progetto per la promozione e l’incentivazione dell’orientamento al lavoro autonomo e promozione della cultura di impresa tra le giovani generazioni.
Nell&#8217;ambito del suddetto progetto le associazioni Callystoartse AMESCI indicono una selezione per la partecipazione al corso di formazione gratuito &#8220;Obiettivo Convergenza&#8221; per fornire le competenze di base per il fare impresa, approfondendone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-542" title="Immagine 7" src="http://www.scienzesociali.org/wp-content/uploads/2010/07/Immagine-7.png" alt="Immagine 7" width="205" height="155" />&#8220;Obiettivo Convergenza&#8221; è un progetto per la promozione e l’incentivazione dell’orientamento al lavoro autonomo e promozione della cultura di impresa tra le giovani generazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;ambito del suddetto progetto le associazioni Callystoartse AMESCI indicono una selezione per la partecipazione al corso di formazione gratuito &#8220;Obiettivo Convergenza&#8221; per fornire le competenze di base per il fare impresa, approfondendone gli aspetti sia teorici che applicativi. In particolare il percorso formativo sarà finalizzato all&#8217;innalzamento delle competenze di base (economiche, sociologiche, amministrative e gestionali) indispensabili per intraprendere un&#8217;attività di impresa in grado di superare i vincoli e di sfruttare le risorse presenti nei nostri territori. Il corso sarà articolato in momenti di formazione didattica e momenti di attività laboratoriale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le domande dovranno essere consegnate a mano presso la Facoltà di Sociologia Università Federico II (vedi bando allegato per la documentazione completa) nei giorni di lunedì mercoledì e venerdì dalle 09,30 alle 12,30 entro e non oltre il 30 luglio 2010 alle ore 12,30.</p>
<p><a href="http://www.facebook.com/group.php?gid=142593562418069&amp;ref=mf" target="_blank"><img class="alignleft" title="facebook" src="http://www.avapmaranello.org/newsite/img/facebook.gif" alt="" width="30" height="30" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Vai al gruppo su Facebook</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #448ccb; font-weight: bold;">Download</span><br />
<img style="display: block; margin: 0px;" src="../../immagini/linea_titoli.gif" alt="" width="240" height="1" /><br />
<strong>- </strong><strong><a style="text-decoration: underline;" href="http://www.amesci.org/formazione/corsi/2010_06_30_obiettivo_convergenza/bando_obiettivo_convergenza.pdf" target="_blank">Bando di partecipazione</a></strong><strong><br />
</strong><strong> &#8211; </strong><strong><a style="text-decoration: underline;" href="http://www.amesci.org/formazione/corsi/2010_06_30_obiettivo_convergenza/piano%20formativo_obiettivo_convergenza.pdf" target="_blank">Piano formativo del corso</a></strong><strong><br />
</strong><strong> &#8211; </strong><strong><a style="text-decoration: underline;" href="http://www.amesci.org/formazione/corsi/2010_06_30_obiettivo_convergenza/modulo_%20partecipazione_obiettivo_convergenza.pdf" target="_blank">Modulo di partecipazione</a></strong></p>
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		<title>Sulla manovra</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 14:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Paola De Vivo
Il motivo da cui origina e la natura dei tagli inseriti della manovra correttiva, che il centro-destra si appresta a varare, hanno messo a nudo due verità rese sinora invisibili dalla sua forza comunicativa e dal suo potere mediatico. La prima è l’inconsistenza della politica economica del governo, che in questi due [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft" title="fiom" src="http://kaizenology.files.wordpress.com/2009/02/fiom.jpg" alt="" width="143" height="145" />di Paola De Vivo</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo da cui origina e la natura dei tagli inseriti della manovra correttiva, che il centro-destra si appresta a varare, hanno messo a nudo due verità rese sinora invisibili dalla sua forza comunicativa e dal suo potere mediatico. La prima è l’inconsistenza della politica economica del governo, che in questi due anni non soltanto ha nascosto la gravità del debito pubblico ma ha glissato continuamente &#8211; sino talvolta a negarle &#8211; sulle concrete difficoltà sperimentate nelle condizioni di vita da consistenti fasce sociali. Non fosse stato che per la stretta imposta dall’Unione Europea, che ci ha costretto a guardare in faccia la realtà, sembrava che tutto andasse bene. La seconda è la debolezza di una visione strategica su come affrontare i nodi della crescita e rilanciare lo sviluppo.<span id="more-539"></span> Sino a pochi giorni fa, la crisi finanziaria mondiale impensieriva solo marginalmente il Premier e i suoi Ministri. In fondo l’Italia aveva tenuto ai suoi contraccolpi rispetto ad altri Paesi, nonostante la sua crescita economica risultasse molta stentata. Già durante la crisi mondiale, tuttavia, i provvedimenti assunti sembravano modesti e ciò ha finito per aggravare la situazione, come è attualmente dimostrato dalla necessità di varare una manovra finanziaria così restrittiva. Si tratta di un aggiustamento finanziario incentrato fondamentalmente sui tagli alla spesa e senza alcuna misura capace di incentivare la crescita economica. Ciò che più colpisce, comunque, sono le contraddizioni insiste in questa manovra. Si può tenere insieme il federalismo fiscale ed i tagli imposti alle regioni? Si può realizzare – l’ennesimo – condono edilizio e contemporaneamente cercare di incidere sull’evasione fiscale? E ancora, il blocco del rinnovo contrattuale dei dipendenti pubblici non è iniquo se paragonato ai redditi ricavati da altre categorie professionali (e alle forme di evasione che alcune di esse praticano)? I dubbi avanzati, in verità, aumentano se si riflette sull’impatto che avrà la manovra sulle regioni meridionali. I tagli alla spesa sostenuta dagli enti locali, in particolare quelli previsti per le Regioni, rafforzano le perplessità ed i timori circa la capacità di attuare un federalismo che contenga al suo interno, e in prospettiva, un meccanismo perequativo. Più diminuiscono i fondi, più la competizione per trattenere le entrate proprie e quelle statali tra le Regioni sarà accesa. E, ancora, è facile ipotizzare che la riduzione dei trasferimenti statali implicherà un aumento delle tasse regionali, con un conseguente aumento nei costi dei servizi. Quali gruppi sociali avvantaggia poi il condono edilizio – forse quelli più furbi e irrispettosi delle regole &#8211; in una realtà come quella meridionale, piena di scempi paesaggistici e ambientali, e quale segnale perverso di impunità si lancia sul piano culturale sono aspetti da non sottovalutare. Quanto all’evasione fiscale e contributiva, nel Mezzogiorno senza una seria politica di contrasto al sommerso, l’incisività delle misure adottare sarà sicuramente inferiore alle attese. Infine, il capitale e le imprese private latitano nel Sud. Il congelamento degli stipendi pubblici su cui si forma la maggior parte del reddito delle famiglie meridionali non farà altro che inibire ulteriormente i consumi, con effetti negativi sulla crescita delle stesse regioni meridionali (e non soltanto di queste).<br />
*****<br />
Tra crisi finanziaria e ristrutturazioni organizzative la classe operaia sta pagando un conto molto salato. I casi della Fiat di Pomigliano d’Arco, di Termini Imerese, della Ilmas di Casalnuovo, stanno riaccendendo i riflettori sulle condizioni del lavoro nel manifatturiero e sugli attacchi a diritti che sono già stati acquisiti. Secondo me, la Fiom fa bene ad insistere: non è corretto scambiare la garanzia del posto di lavoro con un restringimento delle tutele e dei diritti del lavoro. La responsabilità deve essere collettiva: non ci può essere un’imposizione unilaterale delle scelte aziendali. Almeno il diritto allo sciopero va salvaguardato. Mi sembra che siamo tornati indietro di secoli.</p>
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		<title>Europa, crisi o fine?</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 12:42:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Etienne Balibar
In poche settimane, abbiamo assistito alla rivelazione da parte del primo ministro Papandreu del debito «reale» della Grecia, manipolato dal suo predecessore con l&#8217;aiuto di Goldmann Sachs; all&#8217;annuncio della possibilità che il suo Paese non ce la faccia a pagare i nuovi interessi sul debito, brutalmente moltiplicati; all&#8217;imposizione alla Grecia di un piano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" title="Etienne Balibar" src="http://www.ciepfc.fr/IMG/arton148.jpg" alt="" width="210" height="305" />di <strong><em>Etienne Balibar</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">In poche settimane, abbiamo assistito alla rivelazione da parte del primo ministro Papandreu del debito «reale» della Grecia, manipolato dal suo predecessore con l&#8217;aiuto di Goldmann Sachs; all&#8217;annuncio della possibilità che il suo Paese non ce la faccia a pagare i nuovi interessi sul debito, brutalmente moltiplicati; all&#8217;imposizione alla Grecia di un piano di austerità selvaggio, come contropartita del prestito europeo. Poi l&#8217;«abbassamento del voto» della Spagna e del Portogallo, la minaccia dell&#8217;implosione dell&#8217;euro, la creazione di un fondo di aiuto europeo di 750 miliardi (su richiesta, in particolare, degli Stati uniti). Infine, la decisione della Bce, in contraddizione con il suo statuto, di acquisire delle obbligazioni statali, e l&#8217;adozione di politiche di rigore in una decina di paesi.Ce n&#8217;est qu&#8217;un début, non è che l&#8217;inizio, poiché questi nuovi episodi di una crisi apertasi due anni fa con il crollo dei crediti immobiliari statunitensi ne prefigurano altri. Dimostrano che il rischio<span id="more-537"></span> di crac persiste o addirittura aumenta, alimentato da una massa enorme di titoli «spazzatura», accumulata nel corso del decennio precedente grazie ai consumi a credito, alla trasformazione dei titoli dubbiosi e dei credit default swaps in prodotti finanziari, oggetto di speculazione a breve. Il tormentone dei crediti dubbiosi continua, e gli stati sono in affanno. La speculazione investe ormai le monete e il debito pubblico. L&#8217;euro rappresenta oggi l&#8217;anello debole di questa catena, e trascina l&#8217;Europa. Le conseguenze saranno devastanti. <br style="padding: 0px; margin: 0px;" /><br style="padding: 0px; margin: 0px;" /><strong style="padding: 0px; margin: 0px;">I greci hanno ragione a rivoltarsi</strong><br style="padding: 0px; margin: 0px;" />Prima conseguenza della crisi e della «medicina» che le è stata applicata: la rabbia della popolazione greca. Hanno torto a rifiutare di assumersi le proprie responsabilità? Hanno ragione a denunciare una «punizione collettiva»? Indipendentemente dalle provocazioni criminali che l&#8217;hanno viziata, questa rabbia si giustifica per almeno tre motivi. L&#8217;imposizione dell&#8217;austerità è stata accompagnata da una stigmatizzazione delirante del popolo greco, considerato colpevole per la corruzione e le menzogne della sua classe politica, di cui (qui come altrove) approfittano ampiamente i più ricchi (in particolare sotto la forma dell&#8217;evasione fiscale). L&#8217;austerità, ancora una volta, è stata imposta rovesciando gli impegni elettorali del governo, al di fuori di qualsiasi dibattito democratico. Infine, abbiamo visto l&#8217;Europa applicare al suo interno non delle procedure di solidarietà, ma le regole leonine del Fondo monetario internazionale, che mirano a proteggere i crediti delle banche, mentre annunciano una prevedibile recessione senza fine per il paese.Gli economisti, su queste basi, concordano nel pronosticare un default certo del tesoro greco, un contagio della crisi e un&#8217;esplosione del tasso di disoccupazone, soprattutto se le stesse regole verranno applicate ad altri paesi virtualmente in fallimento stando alle «notazioni» del mercato, come reclamano ad alta voce i difensori dell&#8217; «ortodossia».<br style="padding: 0px; margin: 0px;" /><br style="padding: 0px; margin: 0px;" /><strong style="padding: 0px; margin: 0px;">Una politica che occulta il suo volto</strong><br style="padding: 0px; margin: 0px;" />Nel «salvataggio» della moneta comune, di cui i greci sono stati le prime vittime (ma non saranno gli ultimi), le modalità che hanno prevalso finora (imposte, in particolare, dalla Germania) hanno messo in primo piano, come priorità, la generalizzazione del «rigore» di bilancio (inscritto nei trattati fondatori, ma nei fatti mai veramente applicato) e, ma solo in secondo luogo,la necessità di una «regolazione» &#8211; molto moderata &#8211; della speculazione e della libertà degli hedge funds (già evocata dopo la crisi dei subprimes e dei fallimenti bancari del 2008). Gli economisti neo-keynesiani aggiungono a queste esigenze dei passi avanti verso il «governo economico» europeo (in particolare l&#8217;unificazione delle politiche fiscali), o dei piani di investimento elaborati in comune: senza questo, affermano, l&#8217;esistenza stessa della moneta unica si rivelerà impossibile.<br style="padding: 0px; margin: 0px;" />Si tratta, evidentemente, di proposte assolutamente politiche (e non tecniche). Sono alternative che i cittadini dovrebbero dibattere, poiché le conseguenze di queste scelte saranno irreversibili per la collettività. Ma il dibattito è falsato dalla dissimulazione di tre dati essenziali: <br style="padding: 0px; margin: 0px;" />- la difesa di una moneta e la sua utilizzazione congiunturale (sostegno, svalutazione) comportano sia un assoggettamento delle politiche economiche e sociali all&#8217;onnipotenza dei mercati finanziari (con le loro «notazioni» che si auto-realizzano e i loro «verdetti» che non lasciano spazio a nessun appello), sia una crescita della capacità degli stati (e, più in generale, della potenza pubblica) a limitarne l&#8217;instabilità e a privilegiare gli interessi a lungo termine sui profitti speculativi. Una strada o un&#8217;altra, tertium non datur.<br style="padding: 0px; margin: 0px;" />- con la scusa di una relativa armonizzazione delle istituzioni e di una garanzia di alcuni diritti fondamentali, la costruzione europea, nella sua forma attuale, con le forze che l&#8217;orientano, non ha smesso di favorire la divergenza delle economie nazionali, che in teoria avrebbe invece dovuto ravvicinare all&#8217;interno di una zona di prosperità condivisa: alcune economie ne dominano altre, sia in termini di parti di mercato, sia in termini di concentrazione bancaria, sia trasformandole in fornitori in subappalto. Gli interessi delle nazioni, se non quelli dei popoli, diventano contraddittori.<br style="padding: 0px; margin: 0px;" />- il terzo pilastro di una politica keynesiana generatrice di fiducia, oltre la moneta e il fisco, cioè la politica sociale, la ricerca della piena occupazione e la crescita della domanda attraverso il consumo popolare, viene sistematicamente passato sotto silenzio, anche dai riformatori.E sicuramente viene fatto apposta. <br style="padding: 0px; margin: 0px;" /><br style="padding: 0px; margin: 0px;" /><strong style="padding: 0px; margin: 0px;">Dove va la globalizzazione?</strong> <br style="padding: 0px; margin: 0px;" />A cosa serve, d&#8217;altronde, riflettere e discutere sull&#8217;avvenire dell&#8217;Europa e della sua moneta (dalla quale alcuni grandi paesi si tengono alla larga: Gran Bretagna, Polonia, Svezia), se non si tiene conto delle tendenze reali della globalizzazione? Se la gestione politica della crisi finanziaria resta fuori portata per le popolazioni e i governi implicati, l&#8217;effetto sarà una formidaile accelerazione dei processi in corso. Di che cosa si tratta? In primo luogo, del passaggio da una forma di concorrenza a un&#8217;altra: dai capitalismi produttivi ai territori nazionali, dove ognuno, a colpi di esenzioni fiscali e di abbassamento del valore lavoro, tenta di attirare più capitali fluttuanti del vicino. E&#8217; più che evidente che l&#8217;avvenire politico, sociale e culturale dell&#8217;Europa in generale &#8211; e di ogni paese in particolare &#8211; dipende dal fatto di sapere se l&#8217;Europa costituisce un meccanismo di solidarietà e di difesa collettiva delle popolazioni contro il «rischio sistemico», oppure se, al contrario (con l&#8217;appoggio di alcuni stati, momentaneamente dominanti, e delle loro opinioni pubbliche) si tratta di un quadro giuridico per intensificare la concorrenza tra gli stati membri e tra i cittadini. <br style="padding: 0px; margin: 0px;" />Inoltre, si tratta, più generalmente, del modo in cui la mondializzazione sta sconvolgendo la divisione del lavoro e la ripartizione dell&#8217;occupazione nel mondo: in questa ristrutturazione che sovverte nord e sud, ovest e est, una nuova crescita delle ineguaglianze e dell&#8217;esclusione in Europa, l&#8217;annientamento della classe media, la diminuzione dei lavori qualificati e delle attività produttive «non protette», dei diritti sociali, delle industrie culturali e dei servizi pubblici universali, sono per così dire già programmati. Le resistenze all&#8217;integrazione politica, con la scusa di difendere la sovranità nazionale, non possono che aggravare gli effetti nella maggior parte delle nazoni e precipitare il ritorno (già ben avviato) degli antagonismi etnici che l&#8217;Europa aveva preteso di oltrepassare definitivamente al suo interno. Ma inversamente è chiaro che non ci sarà un&#8217;integrazione europea «dall&#8217;alto», in virtù di un&#8217;ingiunzione burocratica, senza un progresso democratico in ogni paese e in tutto il continente. <br style="padding: 0px; margin: 0px;" /><br style="padding: 0px; margin: 0px;" /><strong style="padding: 0px; margin: 0px;">Populismo: pericolo o risorsa?</strong><br style="padding: 0px; margin: 0px;" />E&#8217; la fine dell&#8217;Unione europea, di questa costruzione la cui storia era cominciata 50 anni fa sulla base di una vecchia utopia, ma le cui promesse non sarebbero state mantenute? Non bisogna aver paura di dirlo: sì, ineluttabilmente, a una più o meno breve scadenza e non senza qualche prevedibile violenta scossa, l&#8217;Europa è morta come progetto politico, a meno che non riesca a rifondarsi su nuove basi. Un&#8217;implosione abbandonerebbe ancora di più i popoli che la compongono oggi alle incertezze della globalizzazione, come sugheri in un torrente. Una rifondazione non garantisce nulla, ma dà qualche possibilità di esercitare una forza geopolitica, a proprio vantaggio e per quello degli altri, a condizione di osare affrontare le immense sfide di un federalismo di nuovo tipo. Si tratta della potenza pubblica comunitaria (distinta sia dallo stato che da una semplice «governance» di politici ed esperti), di eguaglianza tra le nazioni (il contrario dei nazionalismi reattivi, sia quello dei «forti» che quello dei «deboli») e di rinnovamento della democrazia nello spazio europeo (il contrario della «de-democratizzazione» attuale, favorita dal neo-liberismo e dallo «statalismo senza stato» delle amministrazioni europee, colonizzate dalla casta burocratica, che sono anche per buona parte all&#8217;origine della corruzione pubblica). <br style="padding: 0px; margin: 0px;" />Da tempo avremmo dovuto ammettere questo fatto evidente: non ci saranno passi avanti verso il federalismo, in effetti oggi auspicabile, senza un passo avanti della democrazia al di là delle forme esistenti, in particolare con una intensificazione dell&#8217;intervento popolare nelle istituzioni sovranazionali. Significa che, per rovesciare il corso della storia, scuotere le abitudini di una costruzione ormai senza fiato, ci sia bisogno oggi di qualcosa che può essere definito un populismo europeo, un movimento convergente delle masse o un&#8217;insurrezione pacifica, attraverso la quale venga espressa contemporaneamente la rabbia delle vittime della crisi contro coloro che ne apporofittano (o la alimentano) e l&#8217;esigenza di un controllo «dal basso» sugli scambi tra finanza, mercati e politica degli stati? Sì, senza dubbio, perché non c&#8217;è altro nome per definire la politicizzazione del popolo, ma a condizione &#8211; se si vogliono scongiurare altre catastrofi &#8211; che vengano istituiti seri controlli costituzionali e che rinascano delle forze politiche su scala europea, in grado di far prevalere all&#8217;interno di questo populismo «post-nazionale» una cultura, un immaginario e degli ideali democratici intransigenti. C&#8217;è un rischio, ma è minore di quello di lasciare libero corso ai diversi nazionalismi. <br style="padding: 0px; margin: 0px;" /><br style="padding: 0px; margin: 0px;" /><strong style="padding: 0px; margin: 0px;">Dov&#8217;è la sinistra europea? <br style="padding: 0px; margin: 0px;" /></strong>Queste forze costituiscono ciò che tradizionalmente, nel continente, era chiamata la sinistra. Ma anch&#8217;essa è in stato di fallimento politico: a livello nazionale e internazionale. Nello spazio che ormai conta, che attraversa le frontiere, ha perso qualsiasi capacità di rappresentazione delle lotte sociali o di organizzazione di movimenti di emancipazione, in maggioranza si è allineata ai dogmi e ai ragionamenti del neo-liberismo. Di conseguenza, si è disintegrata dal punto di vista ideologico. Coloro che la incarnano sono soltanto gli spettatori e, in mancanza di seguito popolare, i commentatori impotenti di una crisi contro la quale non propongono nessuna risposta collettiva: niente dopo lo choc finanziario del 2008, niente dopo l&#8217;imposizione alla Grecia delle ricette dell&#8217;Fmi (peraltro vigorosamente denunciate in altri luoghi e in altri tempi), niente per «salvare l&#8217;euro» altrimenti che pesando sulle spalle dei lavoratori e dei consumatori, niente per rilanciare il dibattito sulle possibilità e gli obiettivi dell&#8217;Europa solidale. <br style="padding: 0px; margin: 0px;" />Cosa succederà, in queste condizioni, quando entreremo nelle nuove fasi della crisi, che devono ancora intervenire? Quando le politiche nazionali sempre più securitarie si svuoteranno del loro contenuto (o del loro alibi) sociale? Ci saranno dei movimenti di protesta, senza dubbio, ma isolati, che potranno venire deviati verso la violenza o recuperati dalla xenofobia e il razzismo già galoppanti, destinati a produrre ancora maggiore impotenza e più disperazione. Tuttavia, la destra capitalista e nazionalista, benché non resti inattiva, è potenzialemente divisa tra strategie contraddittorie: lo si è visto a proposito dei deficit e dei piani di rilancio economico, lo vedremo ancora di più quando l&#8217;esistenza delle istituzioni europee sarà in gioco (come prefigura, probabilmente, l&#8217;evoluzione britannica). Ci sarebbe qui un&#8217;occasione da sfruttare, la possibilità di agire. Delineare e dibattere su cio&#8217; che potrebbe essere, su ciò che dovrebbe essere una politica anti-crisi su scala europea, democraticamente definita, che cammini sulle due gambe (del governo economico e della politica sociale), capace di eliminare la corruzione e di ridurre le ineguaglianze che l&#8217;alimentano, di ristrutturare il debito e di promuovere gli obiettivi comuni che giustificano i trasferimenti tra nazioni solidali le une con le altre. Sarebbe questa la funzione degli intellettuali progressisti europei, sia che si definiscano rivoluzionari o progressisti. Non ci sono scuse per tirarsi indietro.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte:<a href="http://www.ilmanifesto.it" target="_blank"> ilmanifesto</a><br style="padding: 0px; margin: 0px;" /><em style="padding: 0px; margin: 0px;">(Traduzione di Anna Maria Merlo)</em></p>
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		<title>Accenti &#8211; Rivista telematica di Scienze Politiche e Sociali &#8211; Anno 2010, n°1</title>
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		<pubDate>Thu, 20 May 2010 09:33:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il numero uno di una rivista è sempre il più complesso, non solo per le diverse difficoltà che s’incontrano sotto il profilo burocratico o finanziario, ma anche per la incessante richiesta di impegno collettivo necessaria alla produzione, all’organizzazione, alla gestione e al lancio di un lavoro che per definizione non ha precedenti. Impegno che, pur [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.youblisher.com/p/27940-Please-Add-a-Title/" target="_blank"><img class="alignleft" src="http://www.youblisher.com/files/publications/5/27940/200x300.jpg" alt="Please Add a Title" width="200" height="283" /></a>Il numero uno di una rivista è sempre il più complesso, non solo per le diverse difficoltà che s’incontrano sotto il profilo burocratico o finanziario, ma anche per la incessante richiesta di impegno collettivo necessaria alla produzione, all’organizzazione, alla gestione e al lancio di un lavoro che per definizione non ha precedenti. Impegno che, pur tra difficoltà logistiche, continuiamo ad alimentare e diffondere sia all’interno che all’esterno dell’ambiente accademico.<br />
Per questo numero il compito di Responsabile Editoriale è toccato ad Enrico Sacco che, pioneristicamente, ha cercato di porre al centro dell’attenzione il persistente problema dello sviluppo meridionale. Puntando, in particolare, a sollevare la questione delle politiche pubbliche espressamente finalizzate a risollevarne le sorti. Un tema più volte apparso tra le pieghe delle ultime elezione regionali, ripreso frammentariamente da numerosi testi pubblicati nel corso del 2010, ma che in ultima analisi non riesce ad affermarsi compiutamente in Italia in tutta la sua valenza storica e civile.<br />
Le politiche pubbliche sono state coinvolte in un denso dibattito che spesso è andato al di là della ricerca o della mera analisi; esse, infatti, possono essere considerate come dei veri e propri strumenti di consenso, ovvero strumenti per la strutturazione di interventi attraverso i quali la politica, e in particolar modo i partiti, tentano di trovare risposte alle esigenze e ai bisogni dei territori.<br />
In questo numero si fornirà dunque una visione degli interventi attivati negli ultimi anni nel Mezzogiorno attraverso quella lente che da sempre ha caratterizzato tanto il dibattito quanto le riflessioni dell’Associazione Culturale “Accenti”: diversità negli approcci e critica sociale. L’unitarietà, il filo rosso, che d’altra parte è possibile rintracciare si rinviene nella consapevolezza che lo sviluppo sociale ed economico della penisola passerà invariabilmente dal tipo di soluzione avanzata per superare le forme di arretratezza più acute del Sud.<br />
Buona lettura.<br />
Associazione Culturale<br />
“Accenti”
</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Scarica la <a href="http://www.scienzesociali.org/rivista_accenti/accenti_1" target="_blank">rivista qui</a></p>
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		<title>Stati, Nazioni e Società globali: sociologicamente</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Apr 2010 12:12:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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I contenuti
Lo spirito di fondo del  convegno Stati, Nazioni e Società  globali: sociologicamente è di affermare il ruolo della  sociologia nello studio e nella analisi della realtà, la sua capacità di  elaborare categorie interpretative che aiutino a decifrare il complesso  articolarsi della contemporaneità. Offrire quindi, una lettura  sociologica della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-522" title="Schermata 2010-04-29 a 14.09.48" src="http://www.scienzesociali.org/wp-content/uploads/2010/04/Schermata-2010-04-29-a-14.09.48-300x66.jpg" alt="Schermata 2010-04-29 a 14.09.48" width="300" height="66" /></h3>
<h3 style="text-align: justify;">I contenuti</h3>
<p style="text-align: justify;">Lo spirito di fondo del  convegno <strong>Stati, Nazioni e Società  globali: sociologicamente</strong> è di affermare il ruolo della  sociologia nello studio e nella analisi della realtà, la sua capacità di  elaborare categorie interpretative che aiutino a decifrare il complesso  articolarsi della contemporaneità. Offrire quindi, una lettura  sociologica della società contemporanea e delle sfide che le democrazie  moderne stanno affrontando in un’epoca di grandi trasformazioni e di  oscillazioni tra spinte localistiche ed esigenze di un mondo sempre più  globalizzato, interconnesso e multiculturale.<br />
All’inizio del nuovo millennio anche lo scenario italiano si presenta  complesso e attraversato da tendenze contrapposte. Il convegno  affronterà tre tematiche strettamente interconnesse: <a href="http://convegnonazionale2010.ais-sociologia.it/ita/46/1/ps1.htm">le  nuove forme delle modernità</a>, il discorso pubblico della  sociologia e la vita quotidiana in un mondo globalizzato
</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte alla forte crisi  economica attuale si discuterà se <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://convegnonazionale2010.ais-sociologia.it/ita/35/1/ws1.htm">esista  un modello di capitalismo italiano</a></span>.  Rispetto ad un sistema di  protezione sociale in difficoltà si esplorerà il passaggio <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://convegnonazionale2010.ais-sociologia.it/ita/37/1/ws3.htm">dal  welfare a una pluralità di welfare</a></span>. In risposta alla bassa  rappresentatività  della sfera politica, ci si domanderà se <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://convegnonazionale2010.ais-sociologia.it/ita/42/1/ws9.htm">la  politica sia stata confinata ai margini</a></span> oppure si <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://convegnonazionale2010.ais-sociologia.it/ita/44/1/ws11.htm">possa  aspirare a nuove forme di democrazia</a></span>. Infine, visti i recenti  disastri ambientali che hanno colpito l’Italia ed altri Paesi, si  discuterà sul <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://convegnonazionale2010.ais-sociologia.it/ita/41/1/ws8.htm">consumo  indiscriminato del territorio</a></span>.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante i tre giorni di  studio del Convegno,  sociologi italiani e stranieri dibatteranno sul  presente e il futuro della società esplorando i diversi ambiti del  vivere sociale: lavoro, diritto, religione, educazione ,salute, cultura &#8211;  occupandosi anche delle <span style="text-decoration: underline;">nuove pratiche culturali e delle reti di  consumo</span> che si stanno diffondendo nella nostra società.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Il Convegno</h3>
<p style="text-align: justify;">I lavori del Convegno avranno non solo carattere scientifico con i  Workshop organizzati dalle varie sezioni in cui si articola  l&#8217;Associazione stessa ma saranno accompagnati da momenti pubblici. I  temi delle conferenze aperte aIla cittadinanza saranno di interesse  pubblico come, ad esempio, le città globali, la qualità della vita e il  benessere e saranno discussi da studiosi italiani ed stranieri.<br />
<span id="more-521"></span><br />
Il convegno sarà itinerante e verrà ospitato in tre Sedi universitarie  milanesi (Milano Bicocca, Milano Statale e Cattolica) che diventeranno  in quei giorni il palcoscenico di <em>eventi culturali</em> quali mostre  fotografiche o incontri letterari sui temi della conferenza.  Il  convegno verrà organizzato  seguendo <strong>procedure  sostenibili</strong> sia da un punto ambientale che sociale.  Si  cercherà infatti di ridurre l’impatto ambientale (riduzione di utilizzo  di carta,  facilitazioni  alla mobilità lenta e altre iniziative simili,  sempre nell&#8217;ottica della sostenibilitàambientale…). Inoltre  l’organizzazione del convegno intende lavorare in partenariato con  organizzazioni ed imprese che operano ponendo una forte attenzione alla  promozione sociale (ad esempio i materiali per convegnisti saranno  realizzati  dalla <em>Sartoria San Vittore</em> )
</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il presidente dell’Associazione Italiana di Sociologia</p>
<p style="text-align: justify;">Antonio de Lillo</p>
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		<title>Attrazione emotiva dello storicismo</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 07:36:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[da &#8220;Miseria dello storicismo&#8221;, K. Popper, 1957
&#8220;Lo storicismo è una teoria antichissima. Nelle sue forme antiche, come nelle dottrine dei cicli vitali di città e di razze, è in realtà antecedente al primitivo punto di vista teleologico secondo il quale vi sono scopi reconditi sotto ai decreti apparentemente ciechi del fato. Sebbene questa divinazione degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" src="http://jmhernandez.files.wordpress.com/2008/12/popper-karl-01.jpg" alt="" width="300" height="377" />da &#8220;Miseria dello storicismo&#8221;, K. Popper, 1957</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Lo storicismo è una teoria antichissima. Nelle sue forme antiche, come nelle dottrine dei cicli vitali di città e di razze, è in realtà antecedente al primitivo punto di vista teleologico secondo il quale vi sono scopi reconditi sotto ai decreti apparentemente ciechi del fato. Sebbene questa divinazione degli scopi reconditi sia ben lontana dal modo di pensare scientifico, ha lasciato tracce inconfondibili anche nella teorie storicistiche più moderne: infatti ogni versione dello storicismo esprime la sensazione di essere trascinata nel futuro da forze irresistibili.<br />
Gli storicisti moderni tuttavia ignorano, a quanto pare, l&#8217;antichità della loro dottrina. Essi credono &#8211; e che altro potrebbe lasciar credere la loro deificazione del modernismo? &#8211; che il loro tipo di storicismo sia l&#8217;ultima conquista e la più audace della mente umana, una conquista così strabiliantemente nuova, che solo poche persone sono capaci di afferrarla. Essi credono infatti di essere stati i primi a scoprire il problema del cambiamento &#8211; uno dei problemi più antichi della fisica speculativa. Contrapponendo il loro pensare &#8220;dinamico&#8221; al pensare &#8220;statico&#8221; di tutte le  generazioni precedenti, essi credono che il loro progresso sia stato reso possibile dal fatto che viviamo in una rivoluzione; questa rivoluzione avrebbe talmente accelerato i tempi del nostro sviluppo che si potrebbe fare l&#8217;esperienza del cambiamento direttamente in una sola vita. Questa storia è naturalmente pura mitologia. Rivoluzioni importanti si sono verificate anche prima dei giorni nostri, e dai tempi di Eraclito il cambiamento è stato scoperto e riscoperto infinite volte. Presentare un&#8217;idea talmente venerabile come fosse audace e rivoluzionaria svela, secondo me, un conservatorismo inconscio. Noi che contempliamo questo grande entusiasmo per il mutamento possiamo infatti dubitare che si tratti di un atteggiamento ambivalente, e che ci sia &#8211; in realtà &#8211; una resistenza interiore, ugualmente grande, da vincere. Questo spiegherebbe il fervore religioso con cui questa antica e traballante filosofia viene propagandata come l&#8217;ultimissima e la più importante rivelazione scientifica. Non potrebbe darsi, dopo tutto, che gli stessi storicisti siano riluttanti al mutamento? Nn è forse la paura del mutamento che li rende assolutamente incapaci di opporsi razionalmente alle critiche e che induce altri ad accogliere il loro insegnamento? Si direbbe quasi che lo storicista cerchi di consolarsi per la perdita di un mondo che non cambia attaccandosi a quest&#8217;idea: che il mutamento può essere previsto perché governato da una legge che non cambia.&#8221;</p>
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		<title>L&#8217;idea eterna</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Apr 2010 09:16:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonello Plati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antonello Plati
Alcuni giorni fa il filosofo sloveno Slavoj Zizek, intervistato da il manifesto, esprimeva il suo parere su quella che lui ama definire la post-democrazia italiana. Partendo da un’attenta analisi della crisi del capitalismo, che ormai preoccupa l’intero occidente con conseguenze nefaste sull’economia globale, Zizek poneva l’accento sul dilagante populismo europeo che vedrebbe, almeno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-511" title="Slavoj_Zizek_ok" src="http://www.scienzesociali.org/wp-content/uploads/2010/04/Slavoj_Zizek_ok-220x300.jpg" alt="Slavoj_Zizek_ok" width="220" height="300" /><em>di</em><strong> <em>Antonello Plati</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni giorni fa il filosofo sloveno Slavoj Zizek, intervistato da <a href="http://www.ilmanifesto.it/"><em>il manifesto</em></a>, esprimeva il suo parere su quella che lui ama definire la <em>post</em>-democrazia italiana. Partendo da un’attenta analisi della crisi del capitalismo, che ormai preoccupa l’intero occidente con conseguenze nefaste sull’economia globale, Zizek poneva l’accento sul dilagante populismo europeo che vedrebbe, almeno secondo il filosofo, in Berlusconi uno dei maggiori (e migliori) interpreti.<br />
Più in generale, è l’intero scenario europeo a presentarsi inquietante, in considerazione del dilagante autoritarismo di stampo populista che sembra affermarsi quale “forma politica” (almeno sotto l’aspetto ideologico è la forma proposta da molti leaders o aspiranti tali). Tale scenario sembra essere la naturale conseguenza delle logiche neoliberiste. Come nota Benedetto Vecchi (autore dell’intervista), «per Zizek, il neoliberismo è stata  una vera e propria controrivoluzione che ha cancellato la costituzione materiale e formale uscita dalla seconda guerra mondiale dove il capitalismo era sinonimo di democrazia rappresentativa». L’attuale crisi economica segna però la fine di questa controrivoluzione, e Zizek – in sintonia con il filosofo francese Alain Badiou – auspica nuovi spazi per una politica radicale, definita da entrambi gli studiosi «ipotesi comunista».<br />
Quest’ultima però non trova alcun riscontro politico nella scena Europea, dove la destra populista (e spesso xenofoba) aumenta i propri consensi anche nelle storiche roccaforti della socialdemocrazia.<span id="more-510"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il populismo è secondo Zizek una “malattia del politico”. Ancora una volta il capitalismo è chiamato in causa: «fino a una manciata di anni fa veniva affermato che il capitalismo era sinonimo di democrazia nella sua forma liberale, fondata sulla tolleranza, il multiculturalismo e il <em>politically correct</em>». Oggi, invece, molti <em>leaders </em>politici invocano mobilitazioni di popolo unicamente per combattere i propri nemici, che poi sono i nemici dello stile di vita moderno.<br />
Se per Ernesto Laclau – filosofo argentino – esistono due forme di populismo, una di destra l’altra di sinistra, Zizek è categorico: il populismo è solo di destra. «Il populismo è sempre di destra. Inoltre il popolo è, come la natura, un&#8217;invenzione. Laclau ritiene che per farlo diventare realtà occorre immaginare un universale che racchiuda e superi le differenze al suo interno. Da qui la necessità di individuare un nemico che impedisce la costituzione del popolo. Non è un caso quindi che la forma compiuta del populismo sia l&#8217;antisemitismo, perché indica un nemico che vive tra noi. Lo stesso fanno i populisti contemporanei quando indicano nei migranti la quinta colonna tra noi».<br />
Il populismo indirizzerebbe quindi il conflitto verso i «nemici di comodo» occultando il regime di sfruttamento capitalista e andando ad occupare spazi una volta gestiti dalla sinistra.<br />
Zizek muovendo dal  pensiero di Walter Benjamin  ricorda come il fascismo emerga laddove una rivoluzione viene sconfitta; e allo stesso modo il populismo contemporaneo è affiorato quando l’ipotesi comunista è stata cancellata dalla discussione pubblica.<br />
Sono diversi e forti i punti di contatto tra l&#8217;ideologia liberale e il populismo.  «Entrambi sono pensieri politici che ritengono lo stile di vita capitalistico occidentale come l&#8217;unico mondo possibile. I liberali, in nome della superiorità della democrazia, i populisti in nome dell&#8217;unico stile di vita che il popolo si dà».<br />
Diverse però anche le differenze. «I liberali sono per imporre, anche con le armi, la democrazia e la tolleranza a chi democratico e tollerante non è; i populisti vogliono invece annichilire con forme <em>soft </em>di pulizia etnica le diversità culturali, sociali, di stile di vita. Può prevalere la democrazia liberale o il populismo a seconda delle specificità locale del capitalismo. Il populismo è quindi una delle forme politiche del capitalismo globale, ma non è l&#8217;unica».<br />
Un cenno, poi, al nostro Presidente del Consiglio, «spesso giudicato come un guitto o un personaggio da operetta» invece, considerato dal filosofo sloveno  «un <em>leader</em> politico da studiare con attenzione, perché cerca di coniugare democrazia liberale e populismo».<br />
Infatti, come sottolinea Benedetto Vecchi, Silvio Berlusconi con la sua forma politica punta a modificare l&#8217;equilibrio dei poteri &#8211; legislativo, esecutivo, giudiziario &#8211; a vantaggio dell&#8217;esecutivo, in maniera tale che l&#8217;esecutivo sussuma sia il potere legislativo sia quello giudiziario, ma senza cancellare i diritti civili e politici. La sua forma politica è una miscela ingegnosa tra democrazia e populismo, sebbene la sua idea di democrazia sia una democrazia <em>post</em>-costituzionale. Ovvero una democrazia che fa carta straccia della antica divisione e equilibrio tra potere esecutivo, legislativo e giuridico.<br />
Tutto ciò – rincara Zizek – in Europa è chiamato <em>post</em>-democrazia. Silvio Berlusconi, nell’intenzione di superare la democrazia rappresentativa propria del capitalismo, si dimostra un<em> leader</em> politico con una visione lungimirante della posta in gioco nel capitalismo. «Questo vuol dire che è più pericoloso di altri esponenti della destra europea o statunitense. Non ci troviamo quindi di fronte a un personaggio da operetta, che va a donne e promulga leggi <em>ad personam</em>. C&#8217;è anche questo. La tragedia presenta sempre momenti da operetta. C&#8217;è però tragedia quando si manifestano conflitti radicali, dove non c&#8217;è possibilità né di mediazione né di salvezza».<br />
Sotto aspetti globali, la crisi economica ha richiesto un intervento dello stato per salvare dalla bancarotta imprese, banche e società finanziarie. Ciò ha significato infrangere il tabù dell&#8217;intervento regolativo dello stato. «Questo potrebbe rafforzare i socialisti, cioè coloro che puntano a una redistribuzione del reddito e del potere. Non è la politica che io amo, ma apre spazi a proposte più radicali. In altri termini, ritorna forte l&#8217;idea comunista di trasformare la realtà. Ciò che propongo non è un mero esercizio di ottimismo della ragione, bensì la consapevolezza che ci sono forze e rapporti sociali che possono essere liberati dalla camicia di forza del capitalismo».<br />
Su posizioni diverse da Zizek troviamo Toni Negri e Michael Hardt, i quali pensano che accentuando le caratteristiche del capitalismo postmoderno si creino le condizioni per il governo del comune, cioè del comunismo grazie a quelle che Zizek definisce «le virtù prometeiche della moltitudine». Occorrerebbe, invece, seguendo Zizek, (ri-) organizzare le forze sociali oppresse per un&#8217;azione praticabile nel presente e nell&#8217;immediato futuro.
</p>
<p style="text-align: justify;">Zizek afferma che il comunismo è un&#8217;idea eterna, ma non crede che, allo stesso modo di Hardt e Negri, «con lo sviluppo capitalista le forze produttive entrino, prima o poi, in rotta di collisione con i rapporti sociali di produzione». L’azione politica è imprescindibile: è necessaria una forte immaginazione politica per ricomporre e unire i diversi strati della forza-lavoro. L’idea comunista è eterna in quanto la tensione a superare le condizioni di illibertà e sfruttamento è una costante della storia umana. «Per questo, il comunismo torna sempre, anche quando tutto faceva prevedere che fosse rimasto definitivamente sepolto sotto le macerie del socialismo reale».</p>
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		<title>Quel pasticciaccio brutto del sistema elettorale campano</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Mar 2010 11:12:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[
di Tommaso Ederoclite
Pari  opportunità, dare maggiore spazio alle donne in politica, qualcuno l’ha  definita una rilettura delle quote rosa altri ancora  hanno dichiarato  che con questa legge ci sarà una maggiore rappresentanza di donne nel  consiglio regionale campano. Queste più o meno le parole spese  nell’ultimo anno intorno alla legge [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft" title="laltra metà del cielo" src="http://win.rossovenexiano.com/frammenti/rosafort/3.jpg" alt="" width="188" height="249" /></p>
<p style="text-align: justify;"><em>di</em> <strong>Tommaso Ederoclite</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pari  opportunità, dare maggiore spazio alle donne in politica, qualcuno l’ha  definita una rilettura delle quote rosa altri ancora  hanno dichiarato  che con questa legge ci sarà una maggiore rappresentanza di donne nel  consiglio regionale campano. Queste più o meno le parole spese  nell’ultimo anno intorno alla legge elettorale n° 4 del 27 marzo 2009  che accompagnerà il voto regionale campano il prossimo 28 e 29 marzo.<br />
E in effetti nella forma, o meglio sulla carta, tale legge elettorale  rimanda ad una svolta istituzionale di tipo culturale. Basta ad esempio  riprendere qualche passaggio per poter abbracciare in pieno le opinioni  che su tale sistema sono state espresse negli ultimi mesi.<br />
Come ad esempio l’art. 4 comma 3, forse il più rappresentativo della  nuova legge elettorale, che recita: <em>Nel caso di espressione di due  preferenze, una deve riguardare un candidato di genere maschile e  l’altra un candidato di genere femminile della stessa lista, pena  l’annullamento della seconda preferenza.</em> Oppure all’art. 10 <span id="more-505"></span>dove si  fa riferimento alla rappresentanza di genere anche sotto il profilo  mediatico:<em> in occasione delle elezioni regionali, i soggetti politici  devono assicurare la presenza <img title="Continua..." src="http://www.politicaonline.it/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" />paritaria  di candidati di entrambi i generi nei programmi di comunicazione  politica offerti dalle emittenti radiotelevisive pubbliche e private e,  per quanto riguarda i messaggi autogestiti previsti dalla vigente  normativa sulle campagne elettorali.</em> E ancora all’art. 5 comma 3, <em>in  ogni lista nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura  superiore ai 2/3 dei candidati, pena la sua inammissibilità</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">La  lettura di un siffatto sistema elettorale ha dalla sua una carica  simbolica e valoriale che porta inevitabilmente a facili entusiasmi. In  effetti, il ricorso alla architettura istituzionale per una maggiore  rappresentanza di genere  può essere accolta come una &#8220;vittoria &#8221; a  favore delle pari opportunità in politica, ma a poco più di tre  settimana dalla presentazione delle liste i limiti di una tale procedura  elettorale si sono palesati ancor prima di vedere il risultato delle  urne.<br />
Una prima osservazione va fatta in seno ai partiti. Già da qualche  settimana prima della consegna e della pubblicazione delle liste nelle  varie segreterie regionali di partito si è avvertita l’esigenza di  fornire una programmazione elettorale che tenesse conto del meccanismo  della doppia preferenza. In generale la scelta che è emersa da ogni  partito è stata quella di procedere per accoppiamenti: ad ogni candidato  maschio è stato affiancato una candidata femmina in modo da favorire la  presenza e la visibilità delle donne in quasi tutti i comuni della  regione.<br />
Il timore che però si ha a pochi giorni dal voto è che la <em>ratio</em> di questo sistema elettorale dovrà fare i conti con quella che è di  fatto il naturale svolgimento di una campagna elettorale.<br />
Quindi la domanda è d&#8217;obbligo: ma siamo proprio sicuri che tale legge  favorirà la rappresentanza femminile al consiglio regionale?<br />
Mi risulta difficile credere che i candidati di genere maschile, tranne  che in rare eccezioni, spendano parte della propria campagna elettorale  (dei propri soldi, del proprio tempo, dei propri voti) a favore di un  possibile avversario alla poltrona di consigliere regionale. La logica  personale che accompagna la campagna elettorale di questi ultimi anni  prescinde dai partiti e, cosa ancor più sana, dalle pari opportunità.<br />
E’ vero, i casi variano da candidato a candidato, da lista a lista, da  partito a partito. Non è possibile immaginare che il Ministro Carfagna  debba chiedere voti a qualche maschietto della sua lista. Lo stesso  dicasi per la Mussolini o la Lonardo nella provincia di Benevento.<br />
Molte donne candidate al consiglio si ritrovano invece a dover  “elemosinare” appoggi politici e ad assumere anche conflitti interni al  proprio partito pur di arrivare con quel candidato forte in quel  particolare comune.<br />
Un gioco che potrebbe avere un effetto al ribasso per tutte le  candidature femminili, di tutte le liste e di tutte le province.<br />
Ovviamente saranno le urne a darci la risposta ma a quanto pare si è  calcolata una legge sulla base della rappresentanza senza tenere conto  di questioni come le <em>leadership</em> elettorali e politiche locali  ancora saldamente nelle mani degli uomini, basta vedere i risultati  elettorali delle ultime tornate elettorali nella Regione Campania e i  posti dirigenziali locali dei vari partiti.<br />
Le donne in questa competizione elettorale hanno per ora un vantaggio  sul piano simbolico che va riconosciuto e legittimato ma la la ragione  politica ed elettorale ci porta ad affermare che al prossimo consiglio  regionale della Campania le donne anche per questo quinquennio non  saranno ancora la tanto agoniata <em>altra metà del cielo</em>.</p>
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		<title>Conferenza ESPAnet-Italia 2010: Call for abstracts</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 15:53:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[
Pubblicata la call for abstracts per la III Conferenza  annuale ESPAnet Italia &#8220;Senza welfare? Federalismo e diritti di cittadinanza nel modello mediterraneo&#8221; che si svolgerà presso l&#8217;Università di Napoli Federico II dal 30 settembre al 2 ottobre 2010. Le proposte di paper si possono presentare fino al 30 aprile 2010.
L’obiettivo della conferenza è quello di approfondire le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img style="float: left; border: 0px initial initial;" title="espanet" src="http://www.scienzesociali.org/wp-content/uploads/2010/03/header.jpg" alt="espanet" width="221" height="178" /></p>
<p style="text-align: justify;">Pubblicata la <a href="http://www.espanet-italia.net/conferenza2010/">call for abstracts</a> per la III Conferenza  annuale <a href="http://www.espanet-italia.net/">ESPAnet Italia</a> &#8220;<strong>Senza welfare? Federalismo e diritti di cittadinanza nel modello mediterraneo</strong>&#8221; che si svolgerà presso l&#8217;<a href="http://www.unina.it/index.jsp">Università di Napoli Federico II</a> dal 30 settembre al 2 ottobre 2010. Le proposte di paper si possono presentare fino al 30 aprile 2010.</p>
<p style="text-align: justify;">L’obiettivo della conferenza è quello di approfondire le caratteristiche del modello mediterraneo di welfare e le implicazioni che i processi di riorganizzazione territoriale delle politiche sociali – in particolare il decentramento regionale – hanno avuto per il sistema italiano di welfare nelle sue articolazioni territoriali. La conferenza intende offrire altresì l’occasione per una riflessione critica sulle conseguenze che il riassetto delle competenze, in un quadro di sostanziale contrazione delle responsabilità pubbliche, sta determinando sul profilo sostantivo della cittadinanza sociale nel nostro paese e sui limiti del modello di solidarietà connesso all’attuale sistema di protezione. La Conferenza si aprirà con una sessione plenaria dedicata al modello mediterraneo con relazioni di studiosi dei quattro paesi interessati – Spagna, Italia, Grecia e Portogallo – mentre le sessioni parallele hanno lo scopo di approfondire il caso italiano in prospettiva comparata, con particolare riguardo alle disparità territoriali e alla questione del Mezzogiorno.</p>
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