Sondocrazia oscurata

martedì, giugno 2nd, 2009

Ad ogni tornata elettorale si ripropone il tema dell’oscuramento dei sondaggi d’opinione nella fase che precede le elezioni e ad ogni tornata elettorale la questione non emerge nel dibattito come critica. Per questa ragione vale la pena di proporre nuovamente il problema. Venerdì scorso è scattato il divieto alla pubblicazione dei sondaggi pre-elettorali, previsto nell’ambito della regolamentazione sulla par condicio. In particolare, l’art 8 della legge recita, al primo comma, che: «Nei quindici giorni precedenti la data delle votazioni è vietato rendere pubblici o, comunque, diffondere i risultati di sondaggi demoscopici sull’esito delle elezioni e sugli orientamenti politici e di voto degli elettori, anche se tali sondaggi sono stati effettuati in un periodo precedente a quello del divieto». La norma, dunque, così formulata fa sì che per non meno di un mese a partire dal 22 maggio nessun dato di sondaggio possa essere diffuso, anche qualora fosse stato già reso pubblico in precedenza. Questo, non solo, non esclude che si possa parlare di sondaggi d’opinione – pur senza entrare nel merito dei risultati prodotti – ma anzi stimola interrogativi sulla scelta di mantenere attivo questo divieto.
Andando a guardare i sondaggi presenti al 21 maggio sul sito della Presidenza del Consiglio dove la stessa legge impone che siano depositati tutti i sondaggi politici pubblicati emergono alcuni spunti di riflessione. In primo luogo un dato: tra il 1 aprile e il 21 maggio in Italia sono stati pubblicati 108 sondaggi pre-elettorali, di cui 26 dedicati alle elezioni europee del 6 e 7 giugno, con una media di più di 2 sondaggi al giorno per un mese e mezzo circa. Questi sono realizzati da diversi istituti: Digis per Sky (4), Ipsos per la Rai per la trasmissione Ballarò, Demopolis per molti quotidiani (Corriere della Sera, Il Mattino di Padova, Il Tirreno, La Libertà, La Nuova Venezia, La Provincia Pavese, La Gazzetta di Mantova, La Sicilia), Crespi (per ipr comunicazione s.r.l. e clandestinoweb), Lorien Consulting srl (per E’tv), Istituto Piepoli per Skytg24, Euromedia Research per Il Corriere e Il Giornale, Ispo per Il Corriere. La prima considerazione riguarda la distribuzione dei sondaggi.

Dal primo al 22 aprile non sono stati pubblicati sondaggi di intenzioni di voto per le elezioni europee e poi, in più di un mese e mezzo la media è stata di due al giorno, ma sono numerosi i giorni in cui non è pubblicato nessun sondaggio o se ne conta uno, compensati dal solo 21 maggio, in cui sono pubblicati, d’improvviso, 25 sondaggi. La prima osservazione che è opportuno fare è che, nonostante quanto si dica comunemente, i sondaggi pubblicati in Italia – tenuto conto della breve distanza dalle elezioni – sono decisamente pochi. A questo si aggiunge il fatto che sono anche poco articolati e si limitano, seppur con variazioni, alla formulazione classica del sondaggio pre-elettorale: se oggi/ieri/domani dovesse votare per le elezioni europee, quale partito sceglierebbe? Ora, l’impennata di sondaggi che conclude l’andamento produce una ulteriore considerazione. I perché di questo dato è ipotizzabile. Non è irragionevole pensare che sia proprio perché è l’ultimo giorno di opportunità tutti si affannano a lasciare il quadro delineato dal proprio pronostico e non è un caso se diversi istituti hanno pensato di proporre il risultato con la classica ‘forchetta’. Resta però un interrogativo che riguarda i possibili effetti che quell’impennata finale può produrre sul pubblico. L’interruzione della disponibilità dell’informazione che si accompagna ad un’esplosione di dati che amplifica il silenzio successivo, produce certamente l’effetto di lasciare accesa la curiosità – che il pubblico non avrebbe necessariamente sviluppato – su come si muova l’opinione pubblica dopo il 21 maggio. Che effetto hanno sortito la conclusione del processo Mills e il caso Noemi fino alle elezioni non possiamo saperlo. Inoltre, a questo primo effetto si affianca un possibile effetto cognitivo, più o meno consapevole, consistente nella tendenza ad intercettare qualsiasi allusione a dati eventualmente diffusi dopo l’attivazione del divieto. Tali riferimenti producono un’informazione viziata e in violazione, non solo al divieto di diffusione di dati di sondaggio, ma anche ai vincoli di presentazione delle note metodologiche che la regolamentazione impone.

Un secondo aspetto che emerge chiaramente è legato all’informazione dei cittadini in merito alla prossima consultazione elettorale. I dati non sono mai relativi a competenze di merito dettagliate, ma alcuni elementi sono probabilmente un buon indicatore del quadro generale. Al 27 aprile 4 italiani su 10 non sapeva che avrebbero dovuto votare, secondo il sondaggio Ispo per il Corriere della Sera, o meglio, alla domanda «nelle prossime settimane ci sarà qualche consultazione elettorale o referendaria?» Il 40% dei rispondenti ha risposto: «Si, c’è qualcosa ma non so cosa/ Non ci sarà nulla». A questo si aggiunge la questione, portata negli ultimi giorni con forza nell’agenda dai rappresentanti delle liste minori e in primis da Pannella e Storace, dell’informazione che penalizza le liste più piccole. Ne è esempio il fatto che nei sondaggi la lista dei radicali, per esempio, emerge molto tardi tra le alternative di risposta previste dai questionari. La carenza informativa su questo punto è stata confermata anche dal sondaggio che l’associazione politica «Lista Marco Pannella» ha commissionato a Crespi Ricerche. Da questo emerge che senza risposta sollecitata solo il 3% dei rispondenti ha nominato la lista Bonino Pannella; il 15% a risposta sollecitata. E questo considerando che il 70% dei rispondenti si dichiara sufficientemente informato sulle elezioni europee.
Tutti questi elementi richiamano un dibattito non recente che mette l’accento sul legame tra livello di informazione degli elettori e il funzionamento della democrazia rappresentativa. Il 23 maggio Sartori ha ricordato – tanto nel suo intervento alla chiusura del convegno sul destino della democrazia presso il Castel dell’Ovo a Napoli e in un’intervista pubblicata su Il Mattino lo stesso giorno – che la tendenza attuale di affermare la democrazia come demo-potere più che come demo-protezione ha la carenza più forte proprio nel non considerare il livello di competenza dei cittadini. Il rischio che ne deriva è quello di trasformare il demo-potere formale in un sostanziale esercizio del potere dall’alto, liberato da responsabilità e meccanismi di compensazione e controllo.

Su quante contraddizioni poggia, dunque, la persistenza del divieto di pubblicazione dei sondaggi per 15 giorni prima della consultazione elettorale? La prima contraddizione è pratica ed è data dal fatto che la rete rende la regolamentazione troppo facilmente eludibile tanto per chi, in Italia, voglia violarla, quanto per chi, all’estero, non vi sia vincolato. La seconda contraddizione è di senso e sta nel fatto che sondaggisti e politici ad ogni elezione si affannano a sottolineare l’inaffidabilità di previsione dei sondaggi, che costituiscono solo una fotografia dell’opinione pubblica in un dato momento. Le opinioni sono mutevoli per loro natura e, quindi, inaffidabili nel tempo e certamente lo sono gli orientamenti elettorali che si compongono in un quadro preciso di decisioni di voto con sempre miniore anticipo rispetto all’elezione. Ma, soprattutto, la contraddizione è di sostanza politica, perché la persistenza del divieto che impedisce al pubblico di conoscere la distribuzione stessa delle opinioni che lo compongono si contrappone alla retorica che veicola l’idea del demopotere come strada intrapresa dalle democrazie contemporanee. E, d’altra parte, se anche fosse vero che in questo modo si tutela l’opinione pubblica dagli effetti che la conoscenza dei dati di sondaggio può produrre, l’oscuramento del sito della Presidenza del Consiglio è comunque considerabile un abuso, in quanto chiude l’accesso a tutti i sondaggi, a prescindere da se il contenuto dia il risultato elettorale o meno. Ma soprattutto, nessuna argomentazione che si richiami all’obiettivo di tutelare la correttezza del funzionamento democratico contro le manipolazioni prodotte dai sondaggi d’opinione è in grado di rispondere all’ interrogativo di fondo, che continua a rimanere aperto: se i sondaggi hanno davvero il potere di influenzare le opinioni, allora qual è il senso di una regola che non limita la produzione delle rilevazioni dell’opinione, ma solo la loro pubblicazione?

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