Visioni del mondo sulla economia in crisi
di Gennaro Persico
Lo spunto di questa breve riflessione è la due giorni organizzata da Emiliano Brancaccio all’Università di Siena, con il patrocinio della Fondazione Montepaschi. Tema della due giorni: la crisi economica globale. Hanno dato il loro contributo decine di economisti (Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi, Aldo Barba, Massimo Pivetti, Stefano Perri e altri) appartenenti a visioni anche distanti tra di loro. La summa dei vari interventi è sintetizzata brillantemente da Francesco Piccioni, che su “il manifesto” del 31 gennaio scorso ha dedicato un articolo a questo convegno: «l’attuale crisi è sistemica, di lunga durata, strutturale, “costituente” in qualche modo un nuovo ordine economico mondiale e forse persino di un altro modello economico». Si tratta, a mio avviso, di un monito importante, soprattutto a fronte della “categoria” che è arrivata a formulare questo tipo di “enunciato”: della variegata costellazione di “visioni del mondo” che formano il programma di ricerca denominato Scienze Sociali, l’economia è, senza alcuna ombra di dubbio, tra le più “conservatrici”; ciò sta quindi forse a significare che l’attuale congiuntura è di difficile interpretazione proprio perché gli strumenti che abbiamo a disposizione per formulare analisi ed inferenze sono oramai obsoleti. Questo dubbio si tramuta sempre più in una sinistra certezza quando prendiamo in esame alcuni interventi degli studiosi che hanno partecipato a questo incontro.
Secondo Halevi e Bellofiore ci troviamo nel pieno della «terza crisi della teoria economica»: la prima è avvenuta all’inizio del XX secolo, quando il credo liberista dell’autoregolamentazione dei mercati si scontrò con la crisi del 1929; la seconda si è verificata negli anni Settanta, quando la visione keynesiana della regolamentazione statale dei mercati venne superata dall’affermazione delle industrie multinazionali, che di fatto rendevano impossibile ogni tipo di rispetto delle regole. Attualmente è proprio la visione “neoliberista” ad essere in crisi, ma non solo: all’orizzonte non sembra affacciarsi un’alternativa teorica plausibile per superare questa fase. Una sola cosa sembra certa: indietro non si può tornare. L’opzione cosiddetta marxista è implosa oramai dal 1989, mentre un ritorno a Keynes è reso impossibile dalla mancanza di un vero e proprio Stato Globale, che potrebbe regolare un mercato che è globale. Come ci rammenta Piccioni «siamo nel bel mezzo di terremoti globali a diffusione istantanea, le cui dimensioni eccedono di gran lunga la portata degli strumenti operativi fin qui usati e la stessa statura dei soggetti attivi. Indietro non si può tornare, per andare avanti mancano le strade».
Ma siamo proprio certi che il fatto che “non ci siano strade” sia un male in sé? Non può essere questo il momento storico ideale per provare a gettare le basi di un sapere nuovo, che dall’astratto si muove verso il concreto – se vogliamo utilizzare un’espressione cara a Terry Hopkins?
Io credo che questo dovrebbe essere “Il” problema odierno delle scienze sociali: creare un network di saperi che sappia affrontare le sfide di un mondo che si appresta ad entrare, inevitabilmente, in un nuovo sistema storico, che tutti noi possiamo plasmare o subire. Non si tratta più di scegliere di essere sistemici o antisistemici, ma di creare le basi per essere Altersistemici, facendo sì che il “sistema che verrà” possa essere migliore di questo, al contempo abbandonando in partenza il pensiero che possa essere “il migliore possibile”.
Non si tratta di utopia ma di Utopistica, quella che Wallerstein ha definito come «il tentativo di chiarire le reali alternative storiche che sono di fronte a noi quando un sistema storico entra nella sua fase di crisi, e di valutare in quel momento di fluttuazioni estreme i vantaggi e gli svantaggi delle strategie alternative». Lo Zapatismo, Indymedia, i World Social Forum, il commercio equo e solidale, il microcredito, la decrescita e tutti i movimenti che lottano per «cambiare il mondo senza prendere il potere», come direbbe Holloway, rappresentano una fonte inestimabile di competenze che aspettano solo di essere “prese sul serio” dalla comunità scientifica. Chissà se in un prossimo convegno si terrà conto di questa strada, che sembra non esserci ma è già
davanti a noi.







febbraio 4th, 2010 at 20:40
Segnalo e invito a pubblicare gli interventi pubblicati da Il Manifesto negli ultimi due mesi circa sull’analisi della crisi economica. Si tratta di articoli dettagliati che pongono alternative diverse. A partire da quelle potremmo ragionare come sociologi per individuare linee di ricerca impegnata.
febbraio 5th, 2010 at 15:46
Concordo in pieno… tra l’altro i contributi dovebbero essere consultabili gratuitamente, se non ricordo male.
Tengo comunque a sottolineare ancora una volta l’urgenza, in questa congiuntura, di “scendere dalle spalle dei giganti” e partire con una teoria davvero innovativa… insomma imparare per disimparare.
febbraio 6th, 2010 at 22:36
Non è che non vi siano strade, tutto dipende dagli strumenti con le quali le si cerca. In questo senso si ritrova appieno la denuncia di “conservatorismo” all’economia che, come rimarcano instancabilmente teorici e portavoce della decrescita, si è insediata al cuore della società, sottomettendola al dogma della crescita e ridefinendo con ciò stesso il concetto di economia. Se ci si ostina a mantenere la prospettiva di un mondo in crescita inarrestabile, ci si trova per forza di cose di fronte a un impasse; esaurite tutte le possibilità (e scartando ovviamente quella che conduce all’autodistruzione), solo se si mettono in discussione i fondamenti dell’esistente appaiono allora nuove strade.
Se la via marxista appare improponibile, lo è nella misura in cui rimane ancora associata col “peccato originale” che la accomuna
al capitalismo, e cioè il non mettere in discussione la base
produttivistica della società. Oggi che questo modello è arrivato a intaccare le basi ecologiche della vita – basi naturali e non sociali – ce ne si può rendere perfettamente conto.
Come una vasta letteratura di scienze sociali e non va affermando da quarant’anni a questa parte, il problema sta nei limiti dello sviluppo, o meglio ancora nel significato che esso vogliamo abbia per noi: lo sviluppo altro non è che una continua prova di maturità dell’umanità con sé stessa, e ridurlo al razionalismo della crescita infinita vuol dire svincolarlo da qualsiasi criterio che tenga conto del benessere della vita. Questa è anche la sfida storica attuale, dove la posta in gioco rimane sempre la stessa, anche se non è mai stata così alta: fare la scelta giusta, quella che ci consente di continuare ad esistere.
Per quanto riguarda le scienze sociali, e in particolare la sociologia, in quanto sapere proteiforme, credo che la sua utilità sociale (perché non le auguro certo che ripercorra la strada della scienza economica) sarà soprattutto nel sintetizzare diversi apporti specialistici in una visione d’insieme, favorendo il dialogo tra discipline distanti eppure tutte coinvolte nello sforzo di rifondazione di nuovi modelli sociali, che a loro volta si sforzeranno di farsi interpreti e mediatori senza presunzioni di quei movimenti di rinnovamento culturale e sociale che, a loro differenza, già da tempo hanno imboccato e stanno tentando quelle strade che l’accademia, a causa della propria autoreferenzialità intellettuale da un lato, e per il vincolo di subordinazione all’apparato politico-economico, non riesce o peggio ancora si sforza di non vedere.
febbraio 8th, 2010 at 16:57
Non posso non essere in piena sitonia con l’ultimo post.
febbraio 10th, 2010 at 18:18
Le osservazioni avanzate da Gennaro e da Claudio mi trovano d’accordo nei loro tratti salienti: questo perché condivido anche tutto il resto ma ritengo che alcuni spunti possano essere evidenziati in modo tale da indicare quali problemi e questioni possano palesarsi ad una nuova ricerca di una nuova scienza sociale. Pur senza avere minimamente la pretesa di essere esaustivo e definitivo, ecco alcune questioni che potremmo aver bisogno di specificare e di chiarire:
- Il problema di un sistema storico in crisi resta poco chiaro. Il dubbio è, innanzitutto, terminologico: vi sono, certamente, poche perplessità sul fatto che un sistema in crisi sia un sistema in trasformazione. Pure, come faceva notare Claudio, la sussunzione capitalistica non riguarda, ormai, soltanto le basi sociali dell’umanità bensì quelle naturali. Aggiungerei: dobbiamo avere coscienza di un limite del capitalismo. Non credo che a questo mondo esistano “essenze” ma risulta chiaramente che il capitalismo è, innanzitutto, crescita: crescita di produzione e di consumi ed allargamento dei mercati. So di non essere il solo a vedere, nel capitalismo, una “lunga marcia” per la inevitabile strutturazione di una economia-mondo. Si tratta di una “trascendenza” capitalistica? Quel che è certo è che la crescita capitalistica tende all’infinito in un mondo che possiamo considerare non-infinito.
Ebbene, credo sia fondamentale interrogarsi sul rapporto tra questi due insiemi di elementi: crisi del capitalismo come sistema che storicamente si trasforma, si riconfigura e si modifica e caratteristiche “oggettive” capitalistiche – ad esempio, quelle ravvisate da Polanyi, quindi lavoro e produzione, valore, consumi, monopolio, mercato e mercato configurato politicamente, moneta e, soprattutto, crescita;
- Max Weber – per il quale non ho mai nutrito particolari simpatie ma a cui va riconosciuto un sistematico rigore terminologico – ha scritto, nel primo capitolo de “L’etica protestante”, di “capitalismo romano” e di “capitalismi”. Il problema della crescita capitalistica – oggi espresso nei termini di “sviluppo”, “sviluppo sostenibile” et cetera – riguarda strettamente la logica capitalistica. Bene, allora il problema sarà: chiamiamo “capitalismo” quel sistema storico, per essenza tendente al mutamento, che esiste in un certo momento della storia umana? Oppure, quia absurdum, “capitalismo” è ogni sistema tendente alla crescita di scambi economici durevoli?
Le due possibili soluzioni quivi indicate sono, in qualche modo, aporetiche. Ciò che considererei rilevante, in effetti, non è tanto trovare soluzione al quesito, quanto riflettere sulla posta che tali domande mettono in gioco. Trattasi di problemi di sociologia generale sui quali la medesima sociologia generale non riflette più: per dirne una, siamo più o meno fermi a “società tradizionali” e “società industriali”, in riferimento alle diverse articolazioni della divisione sociale del lavoro presso le varie società. E’ davvero troppo poco, a mio modo di vedere;
- L’attuale articolazione delle discipline di analisi dei saperi sociali – e buona compagnia fanno quelle scientifiche in senso stretto, credo – è nettamente corrispondente alle esigenze ed alle caratteristiche del sistema. Si badi bene: non affermo che così sarà tra trent’anni, lo è ora e da tempo. In tal senso, hanno pienamente ragione Gennaro e Claudio, questo è “il” problema delle scienze sociali.
All’invito alla “utopistica” wallersteiniana – che ritengo sia da concepire più come “Weltanschauung” che come “grande narrazione” – affiancherei un invito: da una parte, a costruire una nuova analisi rigorosa e scientifica dei processi capitalistici, senza porsi scrupoli rispetto all’attuale articolazione delle diverse discipline; da un’altra, a perseguire l’abbandono intellettuale di costrutti teorici che sono ideologici e terribilmente privi di fondamento, come quelli della post-modernità; ancora, a concepire nuove prospettive strategiche quotidiane e non escatologiche di lotta e di riorganizzazione dei soggetti sociali sfruttati, da esplicitare individuando temi di interesse fondamentale – costo del lavoro, diritti non negoziabili et cetera; infine, a pesare bene il “costo sociale” di soluzioni messe in atto per rispondere ai problemi della contemporaneità – ad esempio, un capitalismo dalla crescita minore, un capitalismo che “cresce di meno”, sarebbe comunque un capitalismo ma significherebbe la fine di molti degli strumenti di lotta sociale in mano ai lavoratori.
Che nessun sistema sia perfetto costituisce la premessa di ogni volontà di trasformazione sociale. Quello capitalistico, parimenti, non è sistema di sfruttamento perfetto ma è sistema che ha, in sé, il germe del mutamento e ciò ha decretato il successo tanto duraturo e forte delle sue strutture di dominio.
In tal senso, se vogliamo, il “che fare” di chi auspica tempi migliori – e che, poi, qualcosa si faccia effettivamente – è inevitabile quanto il dominio del capitalismo.
febbraio 11th, 2010 at 13:29
Mi pare di capire – e correggimi se sbaglio – che ciò che tu proponi sia un “doppio binario”: da un lato tornare a mettere al centro del dibattito il capitalismo e le sue incessanti trasformazioni; dall’altro costruire ed organizzare nuove forme di lotta per quelli che hai definito “soggetti sociali sfruttati”.
Sulla prima sono pienamente d’accordo: il capitalismo va tenuto costantemente “sotto controllo” perchè altrimenti si finisce col non capirci più niente: guardiamo alla crisi finanziaria recente. Gli stati del mondo hanno “regalato soldi” a banche che hanno bruciato miliardi di dollari investendo in titoli tossici che hanno inquinato l’economia reale. Oggi c’è una fortissima contrazione della domanda di lavoro, figlia di un rallentamento generale dei consumi. Questo vuol dire che le imprese investono poco, quindi le banche erogano meno prestiti. Ma le banche per poter vivere hanno bisogno di creare plusvalore, quindi torneranno molto presto ad emettere titoli tossicim i quali creeranno una nuova grande crisi (se le “regole del gioco” rimarranno tali ovviamente).
Sul “secondo binario” vorrei invece da te dei chiarimenti. Chi dovrà organizzare i soggetti sociali sfruttati (trovo questa definizione illuminante)? A mio avviso una parte di questi ha già trovato delle strade percorribili, che possiamo riassumere nell’auto-organizzazione e nello scambio paritetico di informazioni. E’ questa, a mio avviso, la strada attualmente migliore da percorrere: si può vivere (e vivere bene) anche consumando meno, razionalizzando la spesa pubblica, pensando glocalmente e agendo glocalmente.
Il compito delle Scienze Sociali è ascoltare e “connettere” queste esperienze, farne sistema.
Vorrei sapere cosa ne pensi – e cosa ne pensano gli atri – in merito.
febbraio 11th, 2010 at 16:03
Sarà estremamente interessante seguire le vicende dell’attualità, in effetti. Ritengo che tali vicende saranno sintesi di un processo dialettico tra la logica dell’interesse subitaneo, del massimo profitto e della necessità di garantire la perpetuazione del sistema; con la variabile dei soggetti sociali sfruttati, evidentemente, i quali si stanno facendo sentire, ad esempio, in Grecia.
Ed è in Grecia che stanno accadendo molte cose. Nemmeno nel ‘29 siamo andati così vicino al fallimento di un discreto numero di Stati; i quali, lo sappiamo, non falliranno mai. Vi sarà occasione di creare nuove dipendenze: già la Germania interverrà a breve per garantire liquidità – una buona quota del debito pubblico greco lo troviamo nel sistema bancario tedesco, in effetti. Vedremo se a nuovi equilibri seguiranno nuove regole – come sai, ho la convinzione che i mercati vengano sempre configurati politicamente; del resto, persino una deregolamentazione viene prima decisa politicamente e poi applicata.
Il “secondo binario” – è così, in effetti – è àmbito altrettanto rilevante del primo e ha bisogno di essere rifinito.
Le mie considerazioni prendono inizio da una precisa premessa. L’esperienza recente di lotta sociale – recente solo in una prospettiva di lunga durata – ha visto esprimere movimenti con profili estremamente condivisi, obiettivi non diversificati e composizione discretamente omogenea, tutti riferenti ad una grande narrazione precisa. A sentire i molti, i movimenti contemporanei sarebbero condannati ad un modus occasionale, ad una prospettiva limitata e non olistica, ad una esistenza temporanea: rivolte, non rivoluzioni. Per sintetizzare: la stessa differenza che corre tra i moti degli hussiti e la Rivoluzione d’ottobre.
A mio avviso, tutto ciò è molto sciocco. Non che voglia ipotizzare una età dell’oro dei movimenti; bisogna, però, interpretare i fatti e non raccontare storielle.
La mia convinzione è che, sul lungo periodo, la fine delle grandi narrazioni e della direzione dall’alto, partitica e strategica dei movimenti darà nuova linfa ai medesimi. Essi perseguiranno l’obiettivo per il quale si saranno istituiti e la loro eterodirezione sarà più difficile; quando essa vi sarà, non potrà essere portata su base ideologica ma dovrà far riferimento agli interessi e, dunque, porterà comunque relativi vantaggi ai soggetti sociali sfruttati. Non vedo alcuna liquidità, nei prossimi movimenti; vedo, semmai, dinamicità ed un sano cinismo. Se essi saranno in grado di gestire – come hai fatto notare – uno scambio paritetico di informazioni, la situazione si farà decisamente interessante. Di più: credo che proprio la mancanza di comitati centrali potrebbe permettere più informazione ed una seria “routinizzazione” della lotta sociale.
La questione del consumo è oggetto di dibattito, come sai. Trovo, ovviamente, terrificante il profilo del consumatore medio ed altrettanto terribile l’intero sistema occidentale dei consumi; ne riconosco, innanzitutto, la miseria ecologica, poi il suo carattere “coloniale” rispetto ai Paesi non occidentali, infine la sua logica irrazionale ed il costo sociale in termini di alienazione per gli individui. La mia non partecipazione – per sceltà e necessità – al profilo del consumatore medio, inoltre, non basta a mettermi la coscienza a posto.
Eppure, l’attuale sistema dei consumi fa riferimento ad una precisa divisione sociale del lavoro, la cui discutibilità è evidente ma che, se messa in crisi, segnerebbe la rovina di molti lavoratori nell’immediato e, a lungo termine, una rinnovata ed aggravata debolezza degli strumenti di difesa delle unioni per i diritti dei lavoratori; in un sistema, peraltro, che resterebbe capitalistico, sebbene di un capitalismo “meno accellerato”.
Mi piacerebbe girare a te – e a chiunque altro volesse rispondere – la domanda, allora: come si sistema la questione dei consumi senza che ciò vada a danno dei lavoratori? Credo sarà questione fondamentale, nel mondo post-crisi.
febbraio 12th, 2010 at 19:50
La risposta alla tua domanda ha senso solo se a darla sarà l’intelligenza collettiva, in primis dei soggetti sociali sfruttati.
Marxianamente, mi piacerebbe risponderti dicendo che tutto potrebbe risolversi portando il saggio di sfruttamento a zero, ma si tratta di una via poco praticabile al momento.
Un pò provocatoriamente, penso che in primis bisognerebbe fare unthinking del (disimparare il) concetto di lavoro, almeno come lo concepiamo da 500 anni a questa parte. So di inimicarmi gli ortodossi della lotta di classe dicendo questo; ma è innegabile il fatto che c’è un’urgenza – hic et nunc – di non essere semplicemente “contro” ma “contro e oltre”.
febbraio 12th, 2010 at 22:49
Stavo per postare un lungo commento, ma le parole di Gennaro (”disimparare il concetto di lavoro”) sintetizzano bene ciò che penso; voglio però provare a costruirci sopra una breve riflessione, in modo da dare una risposta che possa risultare argomentativamente soddisfacente per Gaetano.
Credo vada precisato il significato di “disimparare il lavoro”, e in ciò mi rifaccio a Gorz (v. “Metamorfosi del lavoro”, “Capitalismo, socialismo, ecologia”) e all’uscita dall’immaginario economicistico di Latouche, tanto per citare un paio di nomi.
Se questa proposta, come dice Gennaro, può sembrare provocatoria, è perché essa rimette in discussione i tratti irrinunciabili, per quanto oggetto di critica, del proprio mondo, ossia ciò che costituisce la certezza dell’esistente e con ciò la fonte della propria identità. Terribile a pensare, esattamente perché essa richiede la rottura del frame cognitivo con cui si costruisce la propria realtà, un frame che altro non è che il tramite con cui si viene socializzati all’esistente e impedisce di concettualizzare alternative che non siano sistemiche: infatti, anche le rivendicazioni agite dalla classe precaria/proletaria non mi sembra rivestano caratteri di rivoluzionarietà, tutt’al più sono richieste esacerbate nemmeno di una più equa distribuzione delle risorse, ma di una minore esclusione dai giochi, sono conflitti derivanti dalla frustrazione consapevole di non avere nessun potere di fronte alla libertà del captalismo su scala mondiale. Per rimanere in casa nostra, il caso Termini Imerese mi sembra eloquente, da questo punto di vista. Stando così le cose, quale soluzione appare percorribile, allora?
Credo che più che disimparare il lavoro tout court esso necessiti di una risemantizzazione, che a sua volta debba derivare dal rovesciamento della concezione primaria di esso come lavoro monetarizzato, prima ancora che dipendente: è la traduzione del lavoro in denaro, la sua misurabilità che conduce allo sfruttamento, perché è una concettualizzazione che implica disumanizzazione (e in ciò sono incluse persino le professioni, cioé lavori che hanno un’etica di comportamento verso l’Altro). Come afferma Gorz, ci sono lavori che non possono avere un corrispettivo monetario: penso alle cure materne ai propri figli. Sono attività che secondo l’ideologia del misurare le cose solo con i soldi non accrescono il Pil, eppure aumentano di sicuro la felicità della vita, quello che in altri termini indichiamo come il benessere.
Quello che si deve attuare per prima cosa, quello che darà il ‘la’ a tutto ciò che ne potrà seguire, è la latouchiana decolonizzazione dell’immaginario: un immaginario che deve fare il salto di qualità, superare gli steccati sistemici. Ciò che occorre, insomma, è il rovesciamento culturale dei termini in cui costruiamo la nostra realtà: superare quei limiti significa anche sfuggire alla bolla implosiva del capitalismo, che non fa che restringersi sempre di più. Incapace di indicare soluzioni che non implichino la crescita di se stesso, a cui è quotidianamente sacrificata l’immaginazione di un altro possibile, esso persiste nel paradosso di divorare le basi sociali su cui si regge per spingersi più in alto. (S)Fortunatamente, la raggiunta di una crisi ecologica – per quanto subito socializzata sotto l’insegna sistemica dell’allegro sviluppo sostenibile – pone un fattore di vantaggio in più per chi sta mostrando quelle nuove strade in cui la logica economica quantitativa del mero ‘più’ – più produzione più consumo, in una relazione di rinforzo reciproco – è stata relegata ai margini di un nuovo modo di concepire la vita sociale. O meglio, si tratta di un modo vecchio che, in questa visione paradossale, assume i tratti della postmodernità in senso pieno, non ideologico (di questo se vuoi, Gaetano, ne riparleremo): vecchio nei contenuti che ripropone, e cioè la riscoperta critica, riflessiva di pratiche e stili di vita appartenenti al passato ma rivalutabili, ricontestualizzabili e riappropriabili con spirito critico, alla luce di una consapevolezza storica dove emergono pregi e difetti della tradizione come della modernità.
Per citare ancora Gorz, la riappropriazione dei mezzi produzione finalizzati innanzitutto all’autosostentamento è né più né meno che la realizzazione dell’ideale socialista; ma essa ha anche il merito poter rispondere a quell’impasse ecologica contro cui il capitalismo, oggi, non ha altro da opporre se non una maggiore forza distruttiva; questo, però, solo a condizione che avvenga l’auspicata uscita dalla mentalità economicistica, altrimenti si ricadrà nel baratro della maggior produzione ad infinitum. Il pregio, dunque, è di poter offrire una risposta efficace ai due maggiori problemi del nostro tempo, ai quali se si continua a ragionare in termini di sfruttamento e sociale e naturale non si arriverà mai a capo, a meno di non desiderare una sorta di ecototalitarismo in cui il cambiamento sarà subito e non voluto: ci sarebbe solo una metamorfosi del sistema, in cui le persone sarebbero ancora incatenate a visioni di produttività, aggiornate ai nuovi ineludibili vincoli naturali.
In definitiva, questo cambiamento culturale è finalizzato a operare sui legami sociali su vasta scala, a partire però dalle identità collettive locali; ma molto su questo punto è stato già detto (v. Latouche, La scommessa della decrescita) e non vorrei dilungarmici, anche perché mi accorgo, alla fine, che ho scritto buona parte di quel lungo post che volevo evitare. Spero mi perdonerete l’eccesso, e che esso possa essere stato comunque di stimolo alla discussione.