Sulla manovra
di Paola De Vivo
Il motivo da cui origina e la natura dei tagli inseriti della manovra correttiva, che il centro-destra si appresta a varare, hanno messo a nudo due verità rese sinora invisibili dalla sua forza comunicativa e dal suo potere mediatico. La prima è l’inconsistenza della politica economica del governo, che in questi due anni non soltanto ha nascosto la gravità del debito pubblico ma ha glissato continuamente – sino talvolta a negarle – sulle concrete difficoltà sperimentate nelle condizioni di vita da consistenti fasce sociali. Non fosse stato che per la stretta imposta dall’Unione Europea, che ci ha costretto a guardare in faccia la realtà, sembrava che tutto andasse bene. La seconda è la debolezza di una visione strategica su come affrontare i nodi della crescita e rilanciare lo sviluppo. Sino a pochi giorni fa, la crisi finanziaria mondiale impensieriva solo marginalmente il Premier e i suoi Ministri. In fondo l’Italia aveva tenuto ai suoi contraccolpi rispetto ad altri Paesi, nonostante la sua crescita economica risultasse molta stentata. Già durante la crisi mondiale, tuttavia, i provvedimenti assunti sembravano modesti e ciò ha finito per aggravare la situazione, come è attualmente dimostrato dalla necessità di varare una manovra finanziaria così restrittiva. Si tratta di un aggiustamento finanziario incentrato fondamentalmente sui tagli alla spesa e senza alcuna misura capace di incentivare la crescita economica. Ciò che più colpisce, comunque, sono le contraddizioni insiste in questa manovra. Si può tenere insieme il federalismo fiscale ed i tagli imposti alle regioni? Si può realizzare – l’ennesimo – condono edilizio e contemporaneamente cercare di incidere sull’evasione fiscale? E ancora, il blocco del rinnovo contrattuale dei dipendenti pubblici non è iniquo se paragonato ai redditi ricavati da altre categorie professionali (e alle forme di evasione che alcune di esse praticano)? I dubbi avanzati, in verità, aumentano se si riflette sull’impatto che avrà la manovra sulle regioni meridionali. I tagli alla spesa sostenuta dagli enti locali, in particolare quelli previsti per le Regioni, rafforzano le perplessità ed i timori circa la capacità di attuare un federalismo che contenga al suo interno, e in prospettiva, un meccanismo perequativo. Più diminuiscono i fondi, più la competizione per trattenere le entrate proprie e quelle statali tra le Regioni sarà accesa. E, ancora, è facile ipotizzare che la riduzione dei trasferimenti statali implicherà un aumento delle tasse regionali, con un conseguente aumento nei costi dei servizi. Quali gruppi sociali avvantaggia poi il condono edilizio – forse quelli più furbi e irrispettosi delle regole – in una realtà come quella meridionale, piena di scempi paesaggistici e ambientali, e quale segnale perverso di impunità si lancia sul piano culturale sono aspetti da non sottovalutare. Quanto all’evasione fiscale e contributiva, nel Mezzogiorno senza una seria politica di contrasto al sommerso, l’incisività delle misure adottare sarà sicuramente inferiore alle attese. Infine, il capitale e le imprese private latitano nel Sud. Il congelamento degli stipendi pubblici su cui si forma la maggior parte del reddito delle famiglie meridionali non farà altro che inibire ulteriormente i consumi, con effetti negativi sulla crescita delle stesse regioni meridionali (e non soltanto di queste).
*****
Tra crisi finanziaria e ristrutturazioni organizzative la classe operaia sta pagando un conto molto salato. I casi della Fiat di Pomigliano d’Arco, di Termini Imerese, della Ilmas di Casalnuovo, stanno riaccendendo i riflettori sulle condizioni del lavoro nel manifatturiero e sugli attacchi a diritti che sono già stati acquisiti. Secondo me, la Fiom fa bene ad insistere: non è corretto scambiare la garanzia del posto di lavoro con un restringimento delle tutele e dei diritti del lavoro. La responsabilità deve essere collettiva: non ci può essere un’imposizione unilaterale delle scelte aziendali. Almeno il diritto allo sciopero va salvaguardato. Mi sembra che siamo tornati indietro di secoli.






