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La provinciale ignoranza dei media italiani

mercoledì, giugno 24th, 2009

di Enrico Pugliese

È stupefacente notare come i giornali italiani – con l’eccezione del manifesto – non abbiano assolutamente parlato della scomparsa di Giovanni Arrighi uno degli intellettuali italiani più prestigiosi a livello internazionale. Il Manifesto ne ha parlato sia il primo giorno – in prima pagina con il breve commento di Immanuel Wallerstein e subito a caldo con l’analisi di Benedetto Vecchi – sia domenica con un bell’intervento rievocativo di Bianca Beccalli e Michele Salvati.
In effetti gli stessi motivi che per Beccalli-Salvati e Vecchi spiegano la statura intellettuale e politica di Arrighi, possono spiegare il silenzio per la sua opera in Italia. Arrighi aveva accademicamente le carte in regola: aveva vinto una cattedra in Italia e nelle università americane che ha poi scelto aveva avuto tutti i riconoscimenti accademici. Ma l’accademia non perdona l’irregolarità. Arrighi era un irregolare dal punto di vista disciplinare per la parimente alta competenza in sociologia ed economia (e scienza politica) che sono alla base della political economy, l’ambito di ricerca che egli praticava. Questo accademicamente non sta bene. Poi – non è virtù, ma certo non è difetto – non andava cercando notorietà: non faceva la fila per scrivere sui giornali. Era presentissimo nel dibattito culturale internazionale, non solo della sinistra. Ma – si sa – i giornali e l’accademia italiani non seguono il dibattito internazionale se non sui temi di moda (spesso scegliendo il peggio). È così che in Italia non è arrivata l’eco dell’importanza dei suoi lavori e relativi riconoscimenti, fino a lasciar passare inosservata la sua scomparsa. La spiegazione di ciò non può essere che una: il provincialismo.
Eppure Arrighi era parte di un gruppo che aveva innovato profondamente l’analisi dello sviluppo (e sottosviluppo mondiale) costituito innanzitutto da Terence Hopkins e Immanuel Wallerstein. Questi ultimi, in sostanza licenziati dalla Columbia University dopo la rivolta studentesca del 1968, avevano fondato a Binghamton il Fernand Braudel Center, che nello studio dell’economia-mondo aveva rappresentato un significativo passo in avanti nei confronti delle teorie prevalenti nella sinistra nel decennio precedente, in particolare quelle dello scambio ineguale e quella del nuovo marxismo latino americano. L’analisi dei world systems presentava una minore staticità rispetto a queste individuando dinamiche interne alle diverse aree geopolitiche e permettendo così di leggere una nuova «geometria dell’imperialismo» secondo il titolo di un libro di Arrighi. (continua…)

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Identity and Violence

sabato, giugno 6th, 2009

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