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Il giornalismo online e l’applicazione ai Social Network

Il giornalismo online è un tema che ha sviluppato un rilevante dibattito e riflessioni sul futuro dell’informazione nel mondo globalizzato. Dal 1984, in cui i computer collegati in rete erano un migliaio circa, ad oggi, vi è un numero impressionante di utenti che utilizzano la rete. Tuttavia il World Wide Web ha avuto diverse trasformazioni in un tempo relativamente breve e con esso gli individui che ne fanno utilizzo.

Già negli anni ’90 le testate giornalistiche iniziano ad interagire con la rete replicando nel Web il formato digitale del prodotto cartaceo. In questo periodo l’edizione On-line è la replica dei quotidiani e dei periodi disponibili in edicola. In questa prima fase nascono i primi siti internet di informazione On-line non cartacei: quelli tematici (sport, tecnologia, meteo), spesso legati ai portali e con una redazione minima ma ad elevata quota di lanci e notizie di agenzia. Nei primi anni 2000 si assiste ad una seconda fase, in cui i quotidiani cartacei ed i prodotti in rete restano simili ma con un progressivo distacco tra le due versioni.

In questo periodo avviene la vera diffusione di massa delle connessioni, i quotidiani on-line di derivazione cartacea iniziano a diventare un prodotto a sé stante, con aggiornamenti continui, diversa composizione dell’agenda e diversa sequenzialità delle notizie. Nella terza fase vi è un cambiamento netto dagli schemi del passato, in cui dal 2007 in poi il prodotto On-line si distanzia progressivamente dalla carta, grazie anche all’apertura dei Social Network che permettono interazione e diffusione tra gli utenti. Anche a livello di funzionalità e ricchezza dei formati si fanno enormi passi in avanti (photo gallery e video).

In questo periodo nascono molte nuove testate che sono esclusivamente diffuse in rete e connesse con i social, la diffusione di smartphone permette alle testate cartacee di fare un passo in avanti, anche se l’utilizzo delle App permette una replica esatta dell’edizione cartacea su digitale. In poco più di un decennio Internet e le nuove tecnologie hanno costretto tutti ad un cambiamento radicale anche se il cammino verso il “nuovo” è stato veloce ma brutale.

Non è sufficiente essere Online, ma bisogna saper utilizzare i mezzi tecnologici che abbiamo a disposizione. In un articolo di Alberto Puliafito “il giornalismo non è morto. Ma cerca di suicidarsi online” egli muove tale critica: “la spasmodica rincorsa all’ultimo click, le testate sul web tentano disperatamente di attirare i lettori e gli utenti con strategie di breve o brevissimo periodo, senza più cercare di fidelizzarli.

È una gara ad accaparrarsi quanto più possibile, subito. Spesso con pratiche – in particolar modo sui social network – che mettono a repentaglio l’immagine stessa di una testata”.

Inoltre, un esempio da trascrivere fu la risposta de Il Messaggero ad un utente che si lamentava, su Facebook, per l’ennesima condivisione “acchiappa-click”: “Questo non è Il Messaggero” – Scrivono dalla redazione – “Questa è la pagina Facebook del Messaggero!! […] Se vuole solo news selezionate compri il giornale invece di informarsi su Facebook che non è un giornale ma un social network”.

Da qui si capisce che le pagine Facebook delle testate giornalistiche fanno parte della testata stessa e le strategie comunicative intraprese ne influenzano la reputazione del giornale. I social permettono di poter dare tutte le notizie, libere da limiti di ingombro e numeri di pagine limitati, ma l’immagine della testata è la stessa e i lettori anche, quindi se questi sono abituati ad un certo tipo di qualità si aspetteranno di trovarla sia nella versione on-line sia su quella cartacea.

La modalità nevrotica con cui ci si approccia alle differenti piattaforme comunicative è una delle principali critiche che vengono mosse al giornalismo italiano on line. Alla luce di ciò, si pone attenzione al modello economico “Click Baiting” descritto da Andrea Coccia: “l’unico modello, o quasi, su cui puntano i giornali online in questo momento e funziona più o meno così: da una parte ci sono gli investitori pubblicitari che, trattando con i concessionari di pubblicità, pagano un tot ogni 1000 pagine viste (una cifra che è sintetizzata dalla sigla CPM, costo per mille, e che si aggira all’incirca tra uno e quattro euro); dall’altra ci sono i produttori di contenuti che in cerca della sostenibilità economica del proprio lavoro hanno come primo obiettivo aumentare il più possibile la quantità di pagine viste sulle proprie pagine.”.

La rincorsa alla quantità di traffico è anche un peggioramento della professione giornalistica: “notizie date appena possibile, senza verifica alcuna; il confine fra il vero e il falso diventa il verosimile. Se una storia è verosimile, ormai, vale la pubblicazione. Poi al massimo si ritratta oppure la si fa cadere nel dimenticatoio; notizie deformate dal titolo (che poi influenza tutto il resto); titoli che deformano qualsiasi tipo di “studio” per trasformarlo in qualcosa di “incredibile”, “sconvolgente”, “commovente”; eccesso di straordinarietà (Se tutto è straordinario, non lo è più nulla); danni progressivi e permanenti al pubblico, che progressivamente perde l’abitudine all’approfondimento, in un circolo vizioso.”.

Un esempio fa comprendere come gli editori abbiano tentato di ostacolare il passaggio al digitale. Il servizio Google News permette un’aggregazione delle notizie presenti on-line per poi rimandare direttamente al sito che l’utente sceglie. Tale servizio è gratuito per gli editori e lo stesso Google non inserisce alcun tipo di monetizzazione sulle proprie pagine di ricerca, ma a detta di alcuni editori, Google News lucrerebbe sul materiale prodotto da altri.

Il magnate dei media Rupert Murdoch nel 2009 accusò Google di furto e prese la decisione di rinunciare alle indicizzazioni delle proprie pagine sul motore di ricerca. Solo tre anni dopo fece marcia indietro e dichiarò di aver perso il 30-40% del traffico. Nel 2013 in Germania gli editori ottennero dal Governo la Leistungsschutzrecht, cioè la Link Tax o Google Tax, in cui la nuova legge tedesca obbligava Google al pagamento per l’utilizzo dei link degli altri siti internet di informazione.

In questi casi Google chiuse completamente il proprio servizio Google News. Gli editori tornavano sui propri passi dopo un brusco calo del proprio traffico web e riconoscendo l’utilità dei servizi di Google per ampliare la propria parte di pubblico.

Secondo il Digital News Report 2016, l’Italia è tra i paesi con il più alto tasso di gradimento per le Soft News (21% contro il 63% di utenti interessati alle notizie cosiddette “Hard”).

Nel 2004 il termine social network viene identificato con il logo ed il nome di “Facebook”, creato da Mark Zuckerberg, contando ad oggi 1,65 Miliardi di utenti attivi ogni mese, contro i 320 milioni di Twitter e i 600 di Instagram. Tra le prime cinque fonti d’informazione usate dai giovani in Italia troviamo vi è al primo posto Facebook come strumento per informarsi (71,1%), al secondo posto Google (68,7%) e solo al terzo posto compaiono i telegiornali (68,5%), con YouTube al (53,6%) venendo prima dei giornali radio (48,8%), connessi a loro volta dalle applicazioni per smartphone (46,8%).

L’algoritmo di Facebook è la formula matematica, il codice di Programmazione (EdgeRank), pubblicato nel 2010, che gestisce ciò che possiamo o non possiamo vedere sulla News Feed, ovvero sulla pagina principale del social in cui è possibile trovare le notizie generate dai nostri contatti o dalle pagine a cui abbiamo messo il “mi piace”.

Tra gli utenti che dichiarano che la loro principale fonte di informazione è Facebook, solo il 7% è interessato a tematiche di approfondimento politico o a quelle che vengono chiamate Hard news, mentre il 20% è interessato alle notizie di tipo Soft. Per quanto riguarda la monetizzazione delle visite, ricoprono un ruolo economico importante per gli editori, le pubblicità su video.

Le pubblicità on-line per i quotidiani sta lentamente aumentando e con l’incremento delle visualizzazioni crescono anche gli introiti per gli editori, in cui dalla rete arriva il 25% degli incassi pubblicitari. Ma vi son anche tipi di monetizzazione delle visite di tipo diretto, come gli abbonamenti digitali, Paywall, News Letter di settore. Secondo un campione intervistato per il Digital News Report nel 2016, alla domanda “Avete pagato per i contenuti di notizie online o per l’accesso ad un servizio di notizie online nel corso dell’ultimo anno?”, il 16% ha risposto si, che colloca l’Italia al quarto posto dopo Norvegia (27%), Polonia e Svezia (20%). Alla domanda “Quanto avete pagato per i contenuti news online?” i risultati dell’indagine in Italia ha riscontrato una media di spesa intorno alle 28 Sterline.

Da ciò se ne evince che le News in Italia sono abbastanza economiche rispetto alla media Internazionale. In Italia, però, il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Paolo Gentiloni e del Ministro per lo sport con delega all’editoria Luca Lotti, ha approvato un decreto legislativo che garantirebbe un cambiamento nell’assegnazione dei fondi diretti legati all’editoria, per favorire il passaggio dalle edizioni cartacee a quelle digitali.

“Per quanto riguarda i criteri di calcolo dei contributi, come nell’attuale sistema, i contributi sono calcolati in parte come rimborso di costi e in parte in base al numero di copie vendute. Vengono riconosciuti in percentuale più alta i costi connessi all’edizione digitale, al fine di sostenere la transizione dalla carta al web. Si prevedono parametri diversi a seconda del numero di copie vendute e si introduce un limite massimo al contributo, che non potrà in ogni caso superare il 50% dei ricavi conseguiti nell’anno di riferimento.”.

Un aiuto diretto a quelle testate che non riescono a far fronte, per via delle loro dimensioni, ai costi legati all’innovazione tecnologica in atto. Alle grandi testate rimarranno tuttavia i fondi indiretti, cioè quel contributo stanziato per rimborso spese per l’acquisto ad esempio, di carta. A tal proposito, Alberto Puliafito affermò: “Il digitale offre enormi opportunità che vanno analizzate, studiate, capite e messe in pratica. Ma non si pensi di poterlo fare negando la situazione di crisi, il cambio radicale di paradigmi e contesti e l’impossibilità di continuare a fare come si è sempre fatto.”.

La paura degli editori è più che fondata. Tale piattaforma social ha garantito questo tipo di funzionamento dell’algoritmo, permettendo di visualizzare o meno dei contenuti sulle nostre News Feed. L’Organic Reach (termine introdotto dallo stesso Facebook nell’aprile 2012) spiega a tutti i brand (testate giornalistiche incluse), che i propri post venivano mostrati solo ad una minima percentuale della propria community, il 16%: “per assicurarsi che i tuoi fan vedano le tue storie” – spiega lo stesso Facebook nel suo comunicato -, “sponsorizza i post per aumentare la portata del tuo contenuto.”.

Creare contenuti ad hoc è un requisito indispensabile che ogni testata giornalistica dovrebbe avere all’interno della propria redazione web (video a 360°, Live streamig, meme, gif animate), novità messe in campo da Facebook, che promettono una maggiore diffusione all’interno delle News Feeds.

Come afferma Pier Luca Santoro: “è solo in questo modo che siamo in grado di valorizzare la relazione. Di creare valore aggiunto, anche economico, per le persone, i giornali e il giornalismo”. Non a caso alcuni quotidiani si muovono in questa direzione, sfruttando anche un altro modello del mercato dell’informazione 2.0, ovvero il Personal Branding, in cui ad esempio, Il Manifesto rappresenta un esempio di interazione e dialogo con i propri lettori all’interno dei social. Fanpage, con ben circa 6 milioni di fan, raggiunge il 39,29% di engagement rate.

L’Engagement Rate è un indicatore che permette di quantificare il tasso di coinvolgimento di una determinata pagina, ossia quanto una fan page sia stata in grado di stimolare i propri utenti ad un’azione diretta sui propri contenuti. Questo indice mette in rapporto tra loro il numero totale di interazioni (like, commenti, condivisioni) ottenute in un dato giorno, con il numero di post pubblicati nella frazione di tempo ed il totale dei Fan della pagina.

Per quanto riguarda gli altri newsbrand, i quotidiani nazionali, ad esempio, tendono a replicare lo stesso contenuto più volte nella stessa giornata, oppure, Repubblica e il Corriere della Sera hanno rispettivamente 2500 e 3500 post medi pubblicati in un mese. Immagini e Video invece, contano circa il 18% del totale dei contenuti. Il Corriere della Sera sceglie una strategia quasi totalmente incentrata sui link al proprio sito (88,07%), rimanendo un 10% destinato alle foto, un 1% circa dedicato agli status e il resto è destinato ai video.

Un altro importante Social Network per la professione giornalistica è Twitter, con 140 caratteri nata nel 2006, e fu messa al centro di varie rivoluzioni, come le Primavere Arabe in primis. Tramite twitter le rivolte popolari riuscivano a comunicare le proprie istanze al resto del mondo, riuscendo a raggirare i blocchi ed i divieti imposti dai governi autoritari, rappresentando quindi il futuro, un social che garantisca la libertà d’informazione e che riesca a rompere i vari bavagli imposti sulle libertà. Bisogna anche dire che Twitter non riuscirà mai ad avvicinarsi agli stratosferici numeri di Facebook, anzi, nel 2016 ha subito il sorpasso di Snapchat e Instagram.

Gli Hashtag di Twitter sono stati sia delle grandi cartelle-contenitore di argomenti e sia degli ottimi strumenti per comprendere quale argomento fosse al centro della discussione pubblica. In una ricerca condotta dalla sociologa Sara Bentivegna e Rita Marchetti dal titolo “Giornalisti in mezzo al Guado. Norme e pratiche alla prova di Twitter”, si analizzarono i profili Twitter dei giornalisti appartenenti ai principali quotidiani nazionali per analizzarne il comportamento: un totale di 1.202 profili e 203.736 quindi “giornalisti e testate cinguettano (quasi) solo tra loro”.

L’Advanced Media Institute dell’Università della California ha redatto una guida sull’uso di Twitter rivolta ai giornalisti, in cui al suo interno ribadisce l’importanza del dialogo reciproco per una crescita professionale e di un’educazione alla lettura.

Intervista Busto Web TV

Il 5 agosto 2019 tramite il mio profilo Facebook, mi iscrivo in tre gruppi che si occupano di giornalismo online. Di questi tre solo uno mi risponde ed è interessato a fare un’intervista online e rispondere alle mie domande. Pochi giorni dopo contatto un giornalista del gruppo social “Giornalismo Partecipativo Online”, in cui mi spiega che il suo lavoro è di occuparsi di fare informazione nelle strade e piazze in cui ognuno di noi può essere parte di una grande rete. La sua è una web TV ed ha un sito Internet in cui mette a disposizione i suoi lavori: http://www.bustoweb.it/

Cosa significa per te “giornalismo online”?

Carissima Claudia, posso parlare della mia esperienza anche se non è mai bello parlare di se stessi ma volevo tanto raccontarti, visto che è un argomento di grande interesse. La nostra è una web TV nata con pochi mezzi rispetto a quelli di una volta che bisognava avere degli strumenti incredibili, adesso la tecnologia ti offre cose pazzesche di dimensioni ridotte e assolutamente di qualità, rivoluzionando tutto il mondo dell’informazione. Il giornalismo online è la possibilità, oltre all’immediatezza della notizia, di usare tutte le tecnologie che abbiamo a disposizione per dare una notizia completa che a differenza del cartaceo difficilmente si può mal interpretare perché nell’online tu puoi abbinare il video, podcast, tante altre cose che danno alla notizia maggior risalto, maggiore informazione e si entra meglio nei dettagli. Tecnologie applicate che mi consentono di avere “il mondo in casa”, dopo ti spiegherò il perché di questa frase.

Quali sono i vantaggi/svantaggi, a parer tuo, del giornalismo online?

Faccio fatica a trovare svantaggi, anche se devo dire che uno sarebbe quello di non essere allenati con la scrittura perché nell’online devi fare tutto in maniera molto veloce, rapida e la gente non ha voglia di star li a leggere tante cose, ma vuole notizie fresche, utili e condensate. Questo non è bello per chi ama la scrittura.

Tieni presente che adesso ci sono le possibilità, sul cellulare, di digitare dall’audio e trascrivere a parole ciò che stiamo sentendo, come questa nostra intervista. Sicuramente è bellissimo, ma un po’ meno bello perché ci si abitua meno a scrivere. Ma stanno migliorando sempre più le piattaforme che riconoscono la voce e ti traducono il testo, come quella recente fatta dagli sviluppatori della Google che ha una percezione di errore veramente ai minimi termini ed è velocissima. I vantaggi sono enormi. Noi parliamo di giornalisti, ma devo dirti che anche una testata blog, se è curata bene, può fare informazione anche meglio di un giornalista esperto, quindi il discorso del tesserino è molto indicativo sotto questo aspetto.

Una cosa che non voglio tralasciare nel dirti, a proposito dei vantaggi dell’online, è la possibilità di abbinare alla notizia il podcast (all’estero va molto alla moda, qui in Italia si sta migliorando). Io tra le mie piccole attrezzature, mi porto sempre dietro il mio registratore digitale per intervistare le persone su determinati argomenti. È preziosissimo perché una registrazione, quando parli direttamente con l’interessato, non è come scrivere qualcosa che la si può interpretare in mille maniere. Un’altra cosa che secondo me è bellissima, quindi la mia frase “il mondo in casa”, è la video-conferenza. Abbiamo tantissime piattaforme ma anche in versione beta, gratuite. Io ho alcuni canali Facebook dove faccio solo video-conferenze su argomenti specifici. Ho seguito la situazione in Venezuela qui da casa, tranquillamente, mentre altre testate online parlavano di cose ripetitive, io sono andato direttamente lì alla fonte, ho intervistato una persona che abita lì, cambiandole nome e non farla vedere in video perché loro rischiano molto.

È un metodo molto bello perché credo che nemmeno un giornalista sarebbe riuscito a farlo in modo così immediato, perché bisogna sfruttare i mezzi che abbiamo a disposizione, bisogna usare molto Google, le varie piattaforme social, su Facebook trovo tutti ad esempio. Abbiamo fatto anche un programma sugli italiani all’estero, i famosi ‘cervelli in fuga’ e tramite questo utilizzo della tecnologia siamo in grado di sentire le loro esperienze in modo veloce e proficuo. Vedi Claudia, non è solo la singola notizia, ma si tratta di cercare di fare qualcosa di diverso, questo qualcosa vedo che ha un certo interesse, aggiungiamoci anche che la tecnologia ti offre strumenti incredibili.

Ti racconto che fino a poco tempo fa ho sempre sottovalutato il cellulare, mi sono sempre portato le telecamere, il pc portatile. Da poco sto utilizzando il cellulare per fare le interviste in giro, con il mio registratore digitale e ho preso tutti gli accessori necessari per il telefono per poter fare le mie interviste o altro. Ti dico che: Potevo farlo prima!! Sono ottimi, puoi fare servizi, addirittura cortometraggi, veramente qualcosa di eccezionale, è vero anche che devi adeguatamente attrezzarti con accessori idonei. Tutto con pochi mezzi, io nella mia borsa ho dentro cose di poco peso ma che mi consentono di coprire tutto, dall’audio al video. Poi c’è il giornalismo d’inchiesta che usa il classico bottone che fa da telecamera nascosta, come spesso gli inviati delle Iene fanno. È un mondo molto bello ma che devi seguire accanto alla tecnologia. Inoltre c’è l’utilizzo di Twitter nei paesi di guerra che è fondamentale.

Le notizie arrivano tramite questo social, poi ci sono le dirette in cui io posso vedere in ogni parte del mondo una manifestazione, un evento. Ho visto la fiera della tecnologia al CEST di Las Vegas, ho potuto intervenire con uno standista che era lì, tramite piattaforme di video-conforenza. Fantastico!! Mi dispiace che questo modo di fare tecnologia non venga usato a livello comunale.

Tu pensa, un assessore che anziché scrivere sul giornale o ricevere il giornalista, che poi magari scrive una cosa merita di polemica, tramite video-conferenza fa entrare 10-15 o più cittadini e parlare di una cosa che ha sviluppato o un senso unico di una cosa che ha fatto e vorrebbe sentire il parere dei cittadini. In alcune città queste cose vengono utilizzate. Perché non si possono utilizzare più spesso per conferire con l’Amministrazione o altro? Mi piacerebbe averne risposte dagli appositi apparati.

Quali argomenti vorresti porre in evidenza se fossi a capo di una testata giornalistica online?

Io seguo particolarmente due/tre argomenti: la tecnologia, soprattutto parlo di startup, gli italiani all’estero e la sicurezza alimentare. Sembrano cose scollegate tra loro ma in realtà vanno in abbinamento tra loro, ad esempio la tecnologia e la sicurezza alimentare hanno profondi legami. Sto sviluppando come saper leggere un’etichetta alimentare. Sembra banale ma non lo è perché molti non lo sanno e credo sia importante saperlo. Ti dico questo perché dopo il discorso della Terra dei Fuochi, credo che sia quasi obbligatorio informarsi e guardare le etichette quando si vanno a comprare delle cose alimentari.

Trovi produttivo il passaggio dal cartaceo al digitale?

No, non produttivo ma necessario, indispensabile. Purtroppo una cosa che noto spesso è che molte testate che hanno sempre fatto cartaceo e passano al digitale, perché ormai sanno che è di moda, lo fanno ma così, tanto per seguire la moda tecnologica, per stare a passo con gli altri, in generale per avere una paginetta, che infine non guarda nessuno perché non è curata. Fare digitale significa curare, dare senso, trasmettere coscienza e conoscenza, significa aggiornamento, dare sempre informazioni, ma in modo continuo.

Tante testate hanno la pagina, ma anche se non ce l’avessero non farebbe nessuna differenza, anzi a volte l’assenza sarebbe meglio, non serve a nulla. Oppure come si usa all’estero, che vorrebbero utilizzare anche in Italia, ma secondo me non ha molto senso, la classica notizia che vedi, arrivi ad un certo punto e poi ci sta una casella che ti dice “paga l’abbonamento”, è marketing ok, magari va bene ma non vedo l’Italia pronta per questo genere di cose visto che ogni informazione la trovi ovunque, però mi rendo conto per chi ha una testata che sono scelte editoriali quasi obbligate. Abbiamo molte piattaforme ed è stupido non sfruttarle, ma ovviamente nel modo più adeguato.

Intervista ad una esperta SEO

Intervista alla dottoressa Giulia Bezzi, Imprenditrice, esperta di SEO e contenuti. Web reporter e storyteller della cultura digitale.

Cosa significa per te “giornalismo online”?

Significa, semplicemente, trasportate la capacità di parlare di una notizia in un mezzo differente dalla carta, televisione e radio, che è il web.

Quali sono i vantaggi/svantaggi, a parer tuo, del giornalismo online?

Direi quali sono i vantaggi di poter avere dei giornalisti che scrivono su riviste online. Il web ha un funzionamento completamente differente da qualsiasi altra fonte di diffusione delle informazioni: non è una fruizione passiva ma molto attiva. Questo significa che, mentre quando leggi un giornale, ti accontenti di ciò che viene proposto all’interno sfogliandolo e soffermandoti a seconda della tua curiosità, nel web sei tu a cercarti l’informazione che ti interessa. Non ti accontenti proprio per niente. Se il mondo del giornalismo non fa il grande passo di comprendere le dinamiche della ricerca in Google, della diffusione delle notizie nei social e non usa queste potenzialità, secondo me, perderà grandi opportunità di crescita economica.

Quali argomenti vorresti porre in evidenza se fossi a capo di una testata giornalistica online?

Se fossi a capo di una testata giornalistica online, adotterei un SEO specialist e un content manager, perché decidano per un piano editoriale ricco di notizie che sono ricercate. Lavorerei ad articoli evergreen che possono dare una bella struttura alla testata per ogni argomento (a seconda di testata giornalistica ovviamente), sarei molto attento alla parte news andando ad intercettare ciò che verrà più ricercato e inizierei a contattare le aziende per evitare una pubblicità classica. Farei di tutto per creare progetti di Brand Journalism che diano valore alla promozione di un’azienda, senza replicare la classica “marchetta”.

Trovi produttivo il passaggio dal cartaceo al digitale?

Più che produttivo trovo necessario essere dove c’è maggior mercato, la carta stampata per me è ancora un mezzo importante di informazione ma, anche, di relax. Un documento cartaceo è molto più facile da digerire dello stesso in formato digitale e, devo dire, che per studiare, ancora oggi preferisco prendere appunti, sottolineare e mettere post-it (rigorosamente cercando più carta riciclata possibile) per memorizzare. Trovo che il mondo dell’editoria deve avere la stessa cura che ha per il cartaceo nel mezzo online, perché è un mondo che può portare dei vantaggi economici importanti.

“Il Tarlo”: sulle tracce di Danilo Dolci

“Lo sviluppo non è veramente sviluppo se non matura e valorizza pienamente ogni singola creatura”, così affermava Danilo Dolci, mosso dall’idea che in ogni individuo vi sia una creatività nascosta da far scoprire e sviluppare, e che il progresso per essere autentico, deve essere costruito con il contributo di ogni singolo cittadino, il quale detiene dentro di sé tutte le risorse e le potenzialità necessarie, e quest’ultime non dipendono dall’estrazione sociale o dal grado d’istruzione. Partendo da questa profonda convinzione, negli anni 50’ Dolci si avvicinò alla gente e alle fasce più disagiate della Sicilia occidentale. “Il Tarlo”, è il giornale locale online di cronaca e satira politica, che abbraccia diversi paesi del palermitano e del trapanese, con sede a Trappeto, terra adottiva di Danilo Dolci, con la prospettiva che potesse evolversi e diventare un citizen journal, ovvero nuova forma di giornalismo figlia della rivoluzione mediatica che vede come fautori della notizia gli stessi cittadini- utenti, evidenziando come questo nuovo modello si sposi bene con un contesto informativo locale, per offrire ai cittadini la possibilità di esprimere liberamente la propria voce, travalicando le barriere geografiche, poiché in Rete il locale viene liberato dai suoi limiti territoriali per diventare globale. Adottare questa nuova forma di giornalismo renderebbe i cittadini protagonisti del processo creativo della notizia, e perciò consapevoli delle varie sfaccettature della realtà geografica in cui vivono, costruendo in modalità 2.0, quello a cui aspirava Danilo Dolci, ovvero dare voce alla gente comune, poiché solo un popolo informato è un popolo che può progredire.

L’Italia è un Paese con una lunga tradizione di giornalismo locale, la frammentaria situazione geopolitica che caratterizza l’intera storia italiana, e che a differenza degli altri paesi europei, ha visto una fine solo nella seconda metà dell’Ottocento, creando le possibilità affinché nascessero diversi giornali locali che trattassero la provincia, ma anche la particolare situazione politica del tempo. I primi giornali nacquero dagli organi ufficiali del governo napoleonico e del governo austriaco all’inizio dell’Ottocento, caduto il governo napoleonico, divenne organo ufficiale del governo austriaco, in terra lombarda, la Gazzetta di Milano. Fu attorno alla gazzetta in seguito, che videro la luce le altre gazzette minori delle provincie. Nel 1815 nacque il Giornale Lodigiano, nel 1823 la Gazzetta della provincia di Lodi e Crema. La vera stampa locale però nacque soltanto con l’Unità d’Italia, una volta abbattute le vecchie barriere dei piccoli stati, i giornali poterono allargare poco a poco il loro raggio d’azione, e così dalla seconda metà dell’Ottocento in poi andarono a moltiplicarsi a migliaia i settimanali e i quotidiani. Quindi non c’è da sorprendersi l’idea che internet abbia aiutato la crescita dei giornali locali in Italia. I primi segnali di cambiamento si ebbero nel 2000 con l’apertura della sezione ViviMilano su Corriere.it, e di un portale chiamato Nordovest.it da parte della Stampa, in cui si trattava di pagine web con contenuti ripresi dalla carta e riservate in modo particolare a cultura e spettacoli, incentrate sul capoluogo lombardo e in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Le due testate ebbero sviluppi molto diversi, Nordovest.it ebbe vita fino al 2006, mentre l’iniziativa del Corriere della Sera crebbe, cambiando volto gradualmente fino a diventare un vero e proprio sito dedicato alla cronaca milanese. Una svolta arriva nel 2008, quando la Repubblica decise di tentare una nuova strada aprendo Repubblica Parma, che divenne la decima sezione locale della testata. Le pagine web parmensi del giornale romano non hanno nulla di diverso rispetto a quelle delle altre nove aree cittadine del sito, la novità risiede nel fatto che si tratta di una pubblicazione realizzata esclusivamente per il web, le pagine di Parma erano le uniche a non avere un corrispondente cartaceo in edicola, ed erano curate da un piccolo gruppo di giornalisti che scrivevano solo per internet. Repubblica Parma inoltre fu uno dei primi esempi di punto a favore per la Rete, la sua esistenza solo su internet è stata decretata da un fattore economico, il mercato offerto dalla città emiliana infatti non consentiva l’apertura di un giornale cartaceo che avrebbe costituito spese maggiori rispetto alla pubblicazione sul web, che invece non richiede stampa e distribuzione e quindi rappresenta un metodo molto più economico per chi vuole avviare un nuovo progetto giornalistico. Oltre a ciò, cercò di sfruttare le peculiarità del web mettendo al centro del suo interesse l’interazione con i lettori, da subito dunque furono proposti molti contenuti interattivi, dai sondaggi ai blog fino all’apertura dei commenti agli articoli, in modo tale da creare una community all’interno del sito. Dopo due anni di vita, le pagine parmensi dovettero affrontare un grosso cambiamento per via della perdita della redazione, la sede fisica venne eliminata e i giornalisti dovettero continuare a fare il loro lavoro a distanza, tenendosi in contatto attraverso la posta elettronica e altri strumenti messi a disposizione dalla Rete. Da quel momento in poi Repubblica Parma costituì un esperimento innovativo, in quanto in questo modo si diede vita ad una struttura più flessibile, gestita attraverso il web e per il web, e si rese possibile anche un risparmio di ben 100.000 euro l’anno. Il caso più famoso nel nostro Paese è rappresentato dalla testata VareseNews.it, che nel marzo 2007 riuscì ad entrare nella classifica dei dieci siti di informazione italiani con più lettori, accanto a giganti come Repubblica.it e Corriere.it, con 192.000 visitatori unici e quattro milioni di pagine visitate al mese.

Pubblicare un quotidiano cartaceo comporta dei costi ingenti a partire da quelli che riguardano la stampa e la distribuzione, su internet invece gli ostacoli per chi vuole avviare un nuovo progetto giornalistico sono decisamente minori, anche per quanto riguarda l’organizzazione di una redazione che si occupi degli articoli da pubblicare. Internet in questo senso diventa uno strumento fortemente democratico e rende globale ciò che nella realtà geografica è semplicemente limitato ad una specifica provincia, città o paese. Nelle piccole comunità, che siano città o piccoli paesi, il giornale locale costituisce un punto di riferimento per gli abitanti, nel fornire informazioni un giornale locale non offre solo un aiuto a conoscere la realtà in cui il cittadino vive, ma rafforza, presso gli abitanti del luogo, il loro riconoscimento come comunità, li aiuta a collocarsi nel mondo con una propria identità geografica specifica e simbolica. La forza del giornale locale risiede appunto nel dare voce a realtà e persone che, generalmente, non trovano spazio sui grandi mezzi di comunicazione, e quando una pubblicazione locale approda in Rete tutto questo sembra rafforzarsi, perché la notizia locale che viaggia sul web può mettere a disposizione dei cittadini degli strumenti che i giornali tradizionali non possono offrire. Si tratta di siti che, molto più delle grandi testate, sono aperti nei confronti dei propri lettori, cercano l’interazione con loro e spesso si trasformano in veri e propri spazi di confronto e di discussione. Inoltre le novità del web 2.0 e l’esistenza dei social network rafforzano questo processo di avvicinamento tra redazione e lettore, poiché molto spesso i siti dei giornali locali hanno una corrispondente pagina su Facebook, come canale più adatto per mantenere rapporti diretti con gli utenti. Allo stesso modo, l’utente del sito può segnalare le notizie e gli articoli di suo gradimento attraverso i mezzi messi a disposizione dal web, e può condividere facilmente i contenuti preferiti sui vari profili di sua proprietà.

Non si tratta di un vero e proprio paradosso, quanto di un naturale assestamento nel processo di fruizione delle informazioni. Nel contesto di Internet un servizio etichettato come “locale” assume una connotazione molto particolare, si riferisce ad una determinata zona geografica, ma questa è accessibile nello stesso tempo da qualunque nodo della Rete, cioè in qualunque parte del mondo esso si trovi, il locale dunque diventa “globale”. Inoltre il giornalismo locale permette di mantenere l’identità originaria del giornalismo vecchio stampo, molto spesso queste testate non sono seguite da nessuna agenzia di stampa, dunque spetta alla redazione stessa procurarsi la notizia, in questo modo il giornalismo locale permette di interagire sul territorio, e generalmente il giornalista di cronaca locale non si occupa di un solo settore ma conosce più o meno tutti gli ambiti dell’informazione relativi al territorio in cui vive. Tutto ciò costituisce anche una garanzia di varietà e di libertà, i media nazionali hanno le loro fonti nelle agenzie d’informazione, cosa che porta inevitabilmente ad un’omologazione tra le varie testate, mentre i giornali locali hanno la possibilità di trovare le notizie sul campo.

All’interno di Internet tutti possono essere non solo destinatari, ma anche “emittenti” e da questo assunto si colloca il “citizen journalism”, il giornalismo collaborativo che permette ai lettori e utenti di partecipare alla costruzione della notizia. Ciò che è al centro della questione è il rapporto tra gli utenti e gli addetti all’informazione. Tutto ha origine quando le barriere che separavano i lettori dai giornalisti si fanno più sottili, dalle email alla redazione, si passa al feedback istantaneo con l’apertura del commento sotto gli articoli, in questo modo il lettore ha la possibilità di accedere sia all’informazione originaria della testata che alle reazioni di altri lettori come lui, ma soprattutto ha a disposizione uno spazio in cui esprimere la propria opinione. Si aprono discussioni, scambi di punti di vista e informazioni ulteriori a quelle che contiene l’articolo originale. Ma la vera chiave di volta arriva con gli sviluppi delle tecnologie digitali e la concorrenza sul mercato, che hanno portato a disposizione di tutti apparecchi di ripresa fotografica, audio e video, macchine fotografiche, videocamere, e soprattutto con l’avvento degli smartphone.

Il citizen journalism rappresenta una nuova forma di giornalismo, generata proprio da quella che potremmo chiamare rivoluzione mediatica che fa sì che l’utente dapprima fruitore delle notizie, diventi attivista delle stesse: da lettore a scrittore, da semplice utente del sito a mediatore tra la notizia e la redazione. Questo nuovo giornalismo, partendo dal basso, garantisce una maggiore ampiezza di prospettiva, una biodiversità informativa, una rete di tecnologie che replica l’informazione all’infinito attraverso blog, newsgroup, forum, chat e community online, e non di meno, una veridicità maggiore. Il contributo di comuni cittadini di qualsiasi ceto ed età che riprendono, fotografano, raccontano gli avvenimenti fuori dalla loro finestra molto spesso ha più successo di un articolo o di un servizio televisivo, privo di tagli e di mediatori, il prodotto del citizen viene ricercato dai lettori, ma soprattutto corteggiato da chi esercita la professione a pieno titolo. Molte fotografie e molti video di comuni cittadini sono apparsi nei siti delle maggiori testate e di giornali locali, soprattutto nei casi di grandi disastri e attacchi terroristici. Il giornalismo partecipativo non aiuta solo in qualità di fonte di notizie, ma stimola il giornalista a ricercare una maggiore accuratezza nelle verifiche ed etica nelle intenzioni, diventa un moderatore attivo e non più solo relatore, creando un nuovo canale di fiducia con i suoi lettori che aggiunge valore alla diffusione stessa della notizia che si vuole divulgare. Come afferma Maistrello, si rischia di essere riduttivi se si inquadra questo fenomeno soltanto come un semplice contributo proveniente da aspiranti giornalisti a cui la tecnologia ha finalmente dato le possibilità che il mercato aveva loro negato, secondo l’autore è l’idea stessa di cittadinanza che evolve verso una dimensione più ricca e completa. Questa evoluzione è ciò che sembra accadere quando il citizen journalism si colloca in una sfera informativa di tipo locale. Per un cittadino residente in uno specifico paese o in una specifica città, avere la possibilità di creare una notizia che riguardi questioni del territorio di appartenenza, significa rafforzare il senso di appartenenza, costruire mattone per mattone la comunità alla quale si appartiene.

“Il Tarlo” era stato sin da subito concepito come giornale satirico, ragion per cui la metafora dell’insetto che scava nel legno sembrò adatta. Vide la luce nel luglio 2001, nascendo su carta, inizialmente come un bimestrale, avendo l’aspetto di una fanzine, supportato da una buona qualità di stampa grazie ai mezzi messi a disposizione dall’agenzia informatica “Pertronicware”, di cui Perlongo era titolare.

La prima uscita del bimestrale seguì una querela dell’allora sindaco di Trappeto, Filippo Bologna. L’articolo incriminato era un editoriale satirico che aveva come soggetto il campo da tennis del paese, il luogo ostruito dalla presenza di tre alberi d’ulivo, si presentava inadatto allo sport, e nell’articolo veniva descritto come specchio del degrado della società trappetese. La minaccia di querela da parte del sindaco, ebbe come conseguenza quella di fare da cassa di risonanza per il giornale. “Il Tarlo” da quel momento in poi divenne oggetto di discussione tra la gente del paese che lo leggeva, e che di volta in volta, aspettava con interesse le prossime uscite. Il giornale dunque veniva letto, e le richieste sui prossimi numeri avevano sollecitato nuove discussioni all’interno del gruppo. Nel frattempo la redazione si arricchì di nuovi aspiranti giornalisti e di sponsor.

Nello stesso periodo nacque l’idea di costruire una sorta di estensione del giornale anche sul web, in cui Gaetano Perlongo conosceva bene la portata che internet avrebbe avuto sul Tarlo, così nel 2002 il giornale approdò sul web.

Il sito ospitava gli stessi contenuti del giornale cartaceo, ma sfruttava lo spazio illimitato offerto dalla rete per aggiungere degli approfondimenti. Venne sponsorizzato sul giornale cartaceo e sin da subito mise a disposizione dei lettori un servizio newsletter e il relativo indirizzo di posta elettronica. Gaetano Perlongo decise di investire sulla qualità del giornale e nell’estate 2003 divenne ufficialmente editore del Tarlo. Daniele Orlando e Francesco Bagliesi furono chiamati a lavorare all’interno della redazione dell’allora settimanale palermitano “La Notizia”, i due giornalisti si lanciarono nel nuovo incarico con grandi aspettative, anche lo stesso Perlongo venne chiamato a collaborare, ma sette mesi più tardi dall’inizio di quella nuova esperienza si scoprì che il settimanale in questione era una truffa ben organizzata, per riciclare denaro sporco. L’esperienza palermitana provocò una scossa all’interno del vecchio gruppo del Tarlo. In quella occasione, tra gli allievi del corso, Bagliesi conobbe Vitalba Fumagallo, aspirante editrice proveniente da una facoltosa famiglia del trapanese. Fu così che nel 2004 nacque “La Zanzara”, progetto giornalistico, quasi un alter ego del Tarlo, che del bimestrale riprendeva grafica e contenutistica, ma soprattutto l’organico. Progettato come mensile, usciva in doppia edizione, nella città di Trapani e in quella di Palermo. Il progetto proseguì per un anno, fin quando per motivi strettamente legati alla condotta di uno dei giornalisti dello staff, gli equilibri della redazione si spezzarono e il progetto venne abbandonato. I dissidi però non fecero scivolare nell’oblio i progetti di Gaetano Perlongo, che ancora sognava di dare una vita duratura al vecchio Tarlo. Perlongo in quel periodo iniziò a studiare le modalità tramite le quali gli altri giornali si erano trasferiti sul web e quali erano i loro codici comunicativi. Fu in questa ottica che il sito del Tarlo venne rivitalizzato, e la sua presenza catturò l’attenzione degli emigrati trappetesi residenti in Germania e negli Stati Uniti. Ma fu solamente con l’avvento di Facebook nel 2009 che la storia del giornale prese una piega differente, perché Perlongo creò un gruppo a nome del Tarlo, capendo quanto l’aiuto del social network potesse destare il giornale dal letargo in cui, nel tempo, era lentamente caduto. Il gruppo su Facebook ebbe un successo immediato, molti furono gli iscritti, tra emigrati e residenti locali. Fu così che si ridiede vita ad un complesso di incontri, secondo la maieutica dolciana, con potenziali collaborati del Tarlo. Le discussioni ruotavano attorno alla linea editoriale da adottare, ed erano mirate a far emergere nuove e papabili idee per lo sviluppo del giornale. Sin da subito dalle riflessioni emerse l’idea di sviluppare il progetto solamente online e dopo due mesi di fermento nacque il Tarlo 2.0.

(Il tarlo oggi)

L’ingresso del Tarlo sul web fu accolto con ovazione dalla gente, ma con diffidenza dagli operatori del settore, lo stesso Riccardo Arena in un incontro con Perlongo al caffè letterario “Leggere è…” di Partinico, disse: “è facile fare giornalismo online, basta un sito e qualcuno che scriva”. Ad oggi il Tarlo vanta la sua presenza in gran parte del territorio della Sicilia occidentale, si occupa di cronaca, di politica e di attualità riguardanti Trappeto, Balestrate, Castellammare, Terrasini, Cinisi, Alcamo, si è affermato come una voce affidabile sul territorio e la sua linea editoriale è rimasta la satira, in quanto le fondamenta del giornale poggiano su due pilastri, l’idea che la critica costruttiva sia l’elemento chiave per far nascere riflessioni, e sulla maieutica dolciana, che ha come scopo quello di tirare fuori il meglio dagli altri attraverso una comunicazione trasversale, atta a risolvere i problemi sociali.

Il Tarlo è nato dalla concertazione di più idee attorno ad un tema centrale che era stato posto in essere da Gaetano Perlongo, subendo le influenze che il paese di Trappeto ha assorbito dalla presenza di uno dei personaggi di maggiore spicco del Novecento italiano, Danilo Dolci, nato a Sesana nel 1924, ma conobbe presto Trappeto perché il padre Enrico, di origini siciliane, era impiegato nel paese siciliano come ferroviario, e la famiglia era solita trascorrervi le vacanze estive. Col tempo, il piccolo paese della provincia di Palermo non era solo un luogo caro per i suoi ricordi d’infanzia, ma era soprattutto una zona caratterizzata, da un estremo degrado, dalla fame e dalla povertà. Nel 1956 Dolci fece costruire a Trappeto un locale dove realizzò la prima “università popolare”, in questo modo la gente del posto che viveva prevalentemente di agricoltura e di pesca, ebbe la possibilità di avvicinarsi al mondo della cultura. All’interno di quei locali il poliedrico sociologo, parlava di musica, arte e letteratura, e più volte per le sue lezioni si servì di altre personalità intellettuali, ma soprattutto fu lì che Dolci iniziò le sue prime riunioni di maieutica. Dolci era interessato al processo costruttivo della comunicazione. In questo caso la maieutica ancora più della comunicazione riesce in questo intento, perché imparare a comunicare è imparare a vedere, ma il comunicare del rapporto maieutico è più attento al potenziale crescere evolutivo di ciascuno, vi è un’attenzione più profonda e più complessa, far emergere quanto di meglio pulsa in sé e negli altri. Secondo Dolci ogni popolo, per vivere democraticamente, deve essere in grado di intervenire costruttivamente sui problemi individuali e collettivi, e la capacità di esplicitare problemi e sintetizzare diverse opinioni, fa giungere alla formulazione di soluzioni concrete, tangibili e condivise. Gaetano Perlongo da ragazzo si reca spesso nella casa di Danilo e intrattiene con lui incontri capillari su diverse questioni. Sulla scia di questa empatia e ammirazione, Perlongo ha sviluppato un modus operandi che ad oggi porta il Tarlo ad essere quasi, un figlio putativo dell’universo dolciano, portandone la sua nascita. Il giornale stesso è stato progettato per essere prodotto dal basso e per il basso, e nell’intento di tracciare ogni argomento servendosi del tocco tagliente della satira, cerca di far emergere riflessioni e dibattiti tra i lettori, schierandosi dalla parte del popolo.

Il giornalismo partecipativo implica un atto di fiducia nei confronti del cittadino, significa far cadere le barriere che anticamente separavano gli addetti alla notizia dal lettore, dare in mano a quest’ultimo la possibilità di intervenire nel sociale, talvolta arricchendo la notizia con il proprio punto di vista. Così vengono alla luce forme di collaborazione che vedono giornalisti professionisti a lavoro con giornalisti cittadini, e non sempre in un’ottica di subordinazione dove il professionista supervisiona o modifica il lavoro del collaboratore, ma come una vera e propria squadra che mette in campo il meglio che ciascuno ha da offrire. Tutti concorrono al raggiungimento del medesimo obiettivo, ciascuno fornendo il proprio personale ed unico contributo. Per questa ragione il giornalismo partecipativo sembra essere ideologicamente molto vicino al pensiero dolciano. Secondo Dolci è importante che ogni individuo abbia coscienza di ciò che accade intorno a lui e che impari ad analizzare i fenomeni secondo i propri mezzi. In questo scenario, l’idea che il Tarlo possa tramutarsi in un citizen journal appare in perfetta sintonia con lo stampo dolciano nel quale il giornale affonda le sue radici. Il Tarlo presenta già da tempo le caratteristiche di un giornale ampiamente aperto verso il pubblico, oltre all’ormai scontata presenza dei commenti, da tempo accoglie richieste d’interviste e segnalazioni di notizie da parte dei lettori, ma adesso potrebbe aprirsi totalmente al pubblico offrendo l’opportunità di un vero e proprio servizio che parte dal basso, includendo i lettori come veri e propri attivisti della notizia. In questo modo il Tarlo rafforzerebbe la sua natura di giornale fatto per il popolo, inoltre la collaborazione del pubblico spalancherebbe le porte verso l’idea di base del giornale, ovvero quella di stimolare idee e riflessioni. Il Tarlo, quindi, andrebbe a configurarsi come il figlio putativo di Danilo Dolci, il nuovo frutto di un seme piantato diversi anni fa, ma su un terreno che continua ancora ad essere fertile.

Bibliografia

  • Agostini, A. (2004), Giornalismi. Media e giornalisti in Italia, Bologna, Il Mulino.
  • Fieg – Federazione Italiana Editori Giornali (2014), “La stampa in Italia 2011-2013”.
  • Maistrello, S. (2010), Giornalismo e nuovi media. L’informazione al tempo del citizen journalism, Milano, Apogeo
  • Marroncini S., La mediazione sociale in Danilo Dolci, in URL: http://educazionedemocratica.org/archives/547
  • Santoro P.L. (2016), Giornalisti e testate cinguettano (quasi) solo tra loro, in “Pollice verso”, inserto a Il Manifesto, p. 3.
  • Stella R., Riva C., Scarcelli C.M. e Drusian M. (2018), Torino, UTET.

Claudia Coco

Claudia Coco è attualmente sociologa e collaboratrice ENASC (Ente Nazionale di Assistenza Sociale ai Cittadini), ANPIM (Associazione Nazione delle Piccole e Medie Imprese) e UNSIC (Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori) presso la 5° Circoscrizione di Catania.

Laureata in sociologia presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali di Catania con tesi in Sociologia Urbana “Pratiche e approcci del vivere la città. Azioni, spazi e differenze “nei” quartieri di San Berillo”.

Si occupa attualmente di studi socio-antropologici presso i quartieri di San Berillo in Catania.

Per informazioni e contatti:
clacoco28 [chiocciola] gmail punto com
Claudia Coco
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