Seleziona una pagina

Vediamo l’individuo appartenente ad una organizzazione, ad una azienda, dai partiti alla famiglia, dal servizio segreto alla società per azioni, relativizzare il proprio comportamento eticamente guidato in funzione delle aspettative del proprio gruppo di riferimento.

Predicando una morale che sia considerata condivisa nella società, ci aspetteremmo che solo per interesse personale diretto, per pulsioni istintive o per follia, si venga meno alle regole scritte o non scritte.

Ma quando l’individuo appartiene, mentalmente, ad un gruppo professionale, politico, sociale, che lo trascende, si trova giocoforza costretto o entusiasta protagonista di una pressione sul suo agire, che gli deriva dal mero essere esposto dalla cultura altra che lo riguarda come parte del tutto. Egli, nato libero di schemi mentali che non siano naturali, si ritrova in una rete di relazioni, comunicazioni, in una fitta rete culturale di moventi a gestire le proprie azioni che sono direttamente intrecciati con l’organizzazione.

L’individuo può avere, e sovente ha, non più un’etica accettata dal suo ego, dalla sua educazione, dalla socializzazione primaria, dalla società in definitiva, ma un’etica gruppale. Il senso di appartenenza genera un’etica di appartenente all’organizzazione.

Il giocatore di un squadra di calcio, il giornalista, il dirigente di partito, il burocrate dell’amministrazione centrale statale, il camorrista, possono avere in comune un forte senso di devianza dalle regole della propria società, in nome della propria appartenenza ad un’organizzazione.

Normalmente, l’individuo non può sfuggire al peso delle regole reali che sovraintendono alla vita della propria organizzazione, al di là delle formalizzazioni legali e regolamentari interne ed esterne.

Una volta comprese, queste regole per lui sono più forti e cogenti di qualsiasi altra realtà esterna. Ovviamente, quando l’organizzazione, per sua natura, ha un forte potere sui suoi membri. A costo di inimicarsi tutti gli altri membri della società, come per la criminalità organizzata o le sétte, il controllo mentale di un’organizzazione può generare un suddito in luogo di un uomo libero, alla fine spogliando l’appartenente di una sua etica, di sue priorità morali.

La metafora del burattino non è peregrina: mentre recita una parte, l’individuo sta in realtà agendo per conto terzi, esattamente come è previsto che egli faccia. Un ingranaggio nella macchina, una parte nel tutto.


L’etica ridotta ad appartenenza. Con i disastri che conosciamo in tutti i settori della vita sociale, dalla politica alla finanza, dalla criminalità allo sport, dal marketing aggressivo all’omicidio rituale, dal bullismo estremo ai riti di iniziazione nei corpi militari.

Etica e senso di appartenenza

Roberto Di Molfetta

Roberto Di Molfetta, 1974, nativo di Salerno, da madre romana e padre di Ceccano (Frosinone), ha avuto parecchie città di residenza, ma deve la sua formazione soprattutto al periodo ventennale trascorso nel centro della Capitale.
Laureato in Comunicazione alla Sapienza di Roma, si occupa ormai da anni di Web Marketing, ottimizzazione per i motori di ricerca e creazione di siti Web. Non dimentica però la sua passione per la sociologia, dalla quale è nato questo progetto scientifico.
Ha fondato infatti il progetto Appunti di Scienze Sociali nel luglio del 2004, originariamente su hosting gratuito poi divenuto appuntidiscienzesociali.it infine trasformatosi nell'attuale progetto www.scienzesociali.org
Contatti: [email protected] - Sito Web: www.robertodimolfetta.it
Etica e senso di appartenenza

Latest posts by Roberto Di Molfetta (see all)

Per favore attendi...