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Economista inglese. John Keynes nacque, come si può notare dal suo “curriculum familiare”, da genitori di autonoma rilevanza nel mondo culturale a loro contemporaneo, riuscendone però a raggiungere e superare la gloria grazie a meriti indiscutibilmente personali: il padre fu John Neville Keynes (1852-1949), anch’egli economista, professore all’Università di Cambridge, docenza di matematica e di scienze morali (sovrainsieme accademico, allora, delle scienze economiche); il genitore fu fondatore della British Economic Association, pubblicò Logica Formale quattro mesi dopo la nascita del figlio John Maynard. Altra opera paterna degna di cronaca fu lo scritto Scopo e metodo dell’economia politica, di una certa importanza e che ebbe meritata notorietà all’epoca come testo riguardante problemi di metodo.

La madre, Florence Ada Brown, fu autrice alla quale il pubblicò tributò un notevole successo e pioniera delle riforme sociali. John Maynard Keynes nacque quindi figlio “d’arte e di scienza” il 5 giugno 1883, a Cambridge. All’età di 7 anni entrò alla Perse School Kindergarten, partecipando, contemporaneamente, alle ben più utili e congrue lezioni private impartitegli a casa. Due anni dopo divenne alunno della scuola preparatoria St. Faith: già precocemente si distinse per un genio non altrimenti definibile che innato, dimostrandosi di eccezionale livello intellettuale.

Promettente come bambino, John Maynard Keynes raggiunse l’età adulta segnalandosi come protagonista di conquiste e ‘tappe’ individuali di formazione rimarchevoli, anticipatorie di quelle sue invenzioni ed elaborazioni teoriche conosciute, criticate, utilizzate da uomini e nazioni, in modo pressoché incessante dal momento della loro (planetaria) divulgazione: indicato dal direttore della scuola come “superiore a tutti gli altri alunni”, ricevendo premi per la matematica (“…facoltà logica, accuratezza, brillante velocità di apprendimento lo resero un matematico interamente competente…”) oltre che per la storia e la letteratura inglesi, conseguendo la maturità ad indirizzo matematico presso la Cambridge University, dedicandosi agli studi economici, giunse a dirigere l’Economic Journal nel 1912. Ma il cammino, come può accadere non soltanto nella dimensione esistenziale degli uomini definibili “geniali”, non fu così lineare.

Prima di dirigere l’Economic, infatti, John Keynes dovette affrontare innanzitutto uno studio serio dei fenomeni e dei problemi economici (notevoli quando ci si occupa di problemi macroeconomici, dei quali fu studioso originale, cioé quando ad essere trattati sono i fenomeni economici visti nella loro complessità: come, ad esempio, la trattazione e l’analisi del consumo globale e non di quello del singolo consumatore): in questo periodo Keynes iniziò lo studio dei più importanti testi economici. Nell’ottobre 1905 incominciò inoltre a frequentare le lezioni di economia impartite da Alfred Marshall.

Nell’agosto 1906, dando l’esame per entrare nell’amministrazione, John Keynes arrivò secondo tra i dieci che vennero accettati quell’anno. Il primo classificato ebbe la possibilità di scegliere in quale sezione andare e scelse tesoreria (la stessa che avrebbe scelto Keynes se fosse arrivato primo). Keynes, da secondo, poté scegliere l’Ufficio Indiano, cosa che comunque non avrebbe potuto procurare all’economista quella carriera da lui progettata ed insieme desiderata. Keynes fu perciò deluso dai risultati di un esame che, in proiezione, gli avrebbe potuto garantire migliori possibilità d’applicazione professionale.

Il 5 Giugno 1908 John Keynes decise di dimettersi dall’Ufficio Indiano e, con qualche assistenza finanziaria da parte di suo padre, andò al King’s College. Keynes ebbe anche la possibilità di migliorare una sua dissertazione sulla teoria della probabilità, peraltro già presentata con parziale insuccesso allo stesso King’s, usufruendo dei commenti dettagliati di Whitehead e Johnson. Discusse il lavoro anche con il matematico Bertrand Russell. La nuova versione della dissertazione sulla probabilità lo portò a ricevere la borsa di studio nel marzo 1909. Le relazioni al lavoro di Keynes furono impressionanti. Impressionanti in senso positivo.

Whitehead scrisse “…gli assiomi sono buoni: sono semplici e pochi e partendo dal simbolismo deduce tutta la materia con un ragionamento rigido. La grande certezza e tranquillità con cui è capace di risolvere le questioni più difficili e di trovare le ambiguità e gli errori dei suoi predecessori esemplifica e allo stesso tempo nasconde il progresso che ha fatto”.
Russell, commentando il libro sulle probabilità che Keynes alla fine pubblicò, lodò il trattato apertamente: “Il calcolo matematico è sorprendentemente potente, considerando le ristrette premesse che formano il suo fondamento…Il libro nel suo complesso è impossibile da lodare troppo abbondantemente e si spera che stimoli un ulteriore lavoro sulla materia più importante che i filosofi e i logici abbiano mai ingiustamente trascurato”.

Dopo ciò John Keynes cominciò ad insegnare economia a Cambridge. Pubblicò libri sulla statistica, in particolare attaccò fortemente il lavoro di Karl Pearson nelle lettere pubblicate nel biennio 1910-1911 sul Giornale della Società Statistica Reale. Keynes scrisse anche su questioni economiche legate all’India britannica, pubblicando il famoso libro Valuta e Finanza Indiana nel 1913, considerato un classico. L’anno precedente, come già scritto, lo portò ad essere direttore dell’Economic Journal. Assunto come segretario della Commissione per l’esaminazione della valuta e finanza indiana nel 1913, trovò l’editore del suo maggiore trattato sulla probabilità, basato sulla sua dissertazione.

A questo punto il percorso esistenziale di John Maynard Keynes, come quello di molti altri esseri umani all’epoca, cambiò prospettive: ci troviamo di fronte l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Keynes continuò il suo normale lavoro, pubblicando Guerra e Sistema Finanziario, adempiendo ai suoi normali doveri nel primo trimestre dell’anno accademico 1914-1915. Nel 1914, in novembre, diede alle stampe un libro sulla City di Londra e la Banca d’Inghilterra; ma si trovano, in una lettera che egli scrisse in questo periodo, gli effetti che stava inevitabilmente causando la guerra: “per quanto mi riguarda io sono assolutamente e completamente desolato. È proprio insopportabile vedere di giorno in giorno partire i giovani […] per il […] massacro”.

Nel 1915 John Keynes è alla Tesoreria, dove ebbe a che fare ogni giorno con l’organizzazione economica bellica. La sua responsabilità riguardò i rapporti con gli alleati e la conservazione del rifornimento inglese di monete straniere. In molti modi questi anni di guerra videro Keynes raggiungere l’apice dell’influenza diretta sulla società di allora. Dopo la fine della guerra Keynes rappresentò la Tesoreria alla Conferenza di Pace di Versailles, ma, nel giugno 1919, decise di dimettersi a causa delle proposte per le riparazioni della Germania, da lui giudicate impraticabili. Fu cioé contrario al modo esageratamente punitivo con cui furono intese e redatte le clausole del trattato con la Germania, per quanto riguardo il tema specifico del meccanismo delle riparazioni belliche. Di questo periodo il duplice attacco alle conclusioni della Conferenza di Pace di Versailles e alle figure politiche dominanti dell’epoca, con conseguente reazione ostile da parte del governo.


Nel 1920 John Keynes cominciò a preparare la pubblicazione del suo Trattato sulla Probabilità, incontrando le difficoltà intrinseche che ha anche un popolo intero quando, alla fine di un periodo di instabilità sociale ed insieme psicologica, si trova avanti una fase di ricostruzione delle idee e delle cose: Keynes non si era occupato direttamente del suo trattato da ormai sei anni. La sua pubblicazione, nel 1921, è quella di uno dei suoi lavori più importanti. Con gli anni trenta si apre un altro periodo significativo per Keynes. Periodo di depressione economica e disoccupazione fortissime e destabilizzanti dei sistemi sociali occidentali, con le economie convenzionali, intese come sistemi reali e sistemi formali di gestione ed organizzazione delle risorse umane, che non riuscirono a far fronte agli eventi straordinari che ebbero luogo. Le teorie economiche tradizionali non fornirono risposte ai problemi sollevati, dimostrando invece un bisogno più di alternative teoriche che di novità.

La prima opera scritta da John Keynes che indica l’allontanamento dalle teorie convenzionali è Trattato sulla moneta, pubblicata nel 1930. Quello invece fondamentale non solo per l’autore di Cambridge ma riguardo l’intera storia dell’economia, vetta teorica keynesiana, fu Teoria generale dell’occupazione, interesse, moneta (1936). Con uno stile accessibile e brillante, dotato di una aperta vis polemica, Keynes affronta temi come disoccupazione, carenza di investimenti depauperante, operazioni speculative internazionali, realtà economiche che costituiscono ancora oggi elementi di crisi dei sistemi economici, e di, conseguenza, fratture sociali anche di portata storica.
Nel 1937 Keynes subì un primo gravissimo attacco cardiaco che comportò una drastica riduzione di attività fino al 1939. Ricevuto un titolo onorario presso la Tesoreria durante la Seconda Guerra Mondiale, ebbe un ruolo nella creazione del Fondo Monetario Internazionale. Nel 1942 Keynes venne elevato a nobile, prendendo posto nella Camera dei Lords, tra i liberali. Nello stesso periodo diventò presidente della nuova Commissione per l’Incoraggiamento della Musica e delle Arti che, prima della fine della guerra, venne rinominata Consiglio Inglese delle Arti.

Consulente finanziario del governo e di molte aziende, incaricato del ruolo di amministratore da importanti compagnie d’assicurazione, consigliere della Banca d’Inghilterra, capo della delegazione inglese a Bretton Woods, negoziatore dell’accordo finanziario tra la Gran Bretagna e gli USA nel 1945, da molti considerato il più grande economista del 20° secolo, influenzando, direttamente ed indirettamente, con le idee, le proposte, le opinioni, sia le scienze economiche che quelle politiche, importante membro del circolo letterario Bloomsbury Group, circolo di Lytton Strachey, Virginia Woolf e Bertrand Russell, brillante speculatore e polemista, John Maynard Keynes si “congedò” a Firle Beacon, Gran Bretagna, il 21 aprile 1946.

OPERE di John Keynes (alcune)
della prolifica serie

– Indian currency and finance 1913
– The economic consequences of the peace 1919
– A treatise on probability 1921
– Revision of the treaty 1922
– A tract on monetary reform 1923
– Alfred Marshall, 1842-1924 (1924) and Memorials of Alfred Marshall (1925)
– The economic consequences of Mr.Churchill 1925
– A short view of Russia 1925
– The end of laissez-faire 1926
– Laissez faire and communism 1926
– Can Lloyd George do it ? con H.D.Henderson 1929
– A Treatise on money, due volumi 1930
– Essays in persuasion 1931
– The world’s economic crisis and the way of escape.
Con A.Salter, J.Stamp,B.Blackett, H.Clay e W.Beveridge 1932
– The means to prosperity 1933
– Essays in biography 1933
– The general theory of employment, interest and money 1936
– Introduction to David Hume, an abstract of a
treatise on human nature, con P.Sraffa 1938
– How to pay for the war: a radical plan for
the chancellor of the exchequer 1940
– Newton tercentenary celebrations 1947

EDIZIONI ITALIANE
di opere keynesiane
(alcune già citate in inglese)

– Occupazione interesse e moneta 1959
– Esortazioni e profezie 1968
– La riforma monetaria 1975
– Trattato della moneta 1979
– Le conseguenze economiche della pace 1983
– La fine del laissez-faire ed altri scritti economico-politici 1991
– Trattato sulla probabilità 1994
– Esortazioni e profezie 1994
– L’assurdità dei sacrifici 1995
– Corrispondenza politica 1995
– Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse, della moneta 2001
– Come uscire dalla crisi 2001

TEORIE E CONFRONTI CON LA STORIA
John Keynes, un economista rivoluzionario

Opera fondamentale è teoria generale dell’occupazione, interesse, moneta, pubblicata originariamente nel 1936. Analizzando il rapporto tra i risparmi e gli investimenti, l’opera keynesiana più importante ripropose, insieme alle novità del suo pensiero, lo schema teorico-economico liberista neoclassico, ma capovolgendone la prospettiva rispetto alle fondamentali variabili della domanda e dell’offerta; negando l’esistenza di un meccanismo spontaneo per la piena utilizzazione delle risorse produttive e il riassorbimento della disoccupazione, meccanismo che può essere sintetizzato dalla famosa immagine ipotizzata da Adam Smith della “mano invisibile”che pone in equilibrio i mercati, Keynes sostenne infatti la necessità, per superare le depressioni economiche e mantenere alti i livelli di occupazione, di un controllo sui tassi di interesse bancari e sugli investimenti privati, di una forte tassazione di tipo progressivo (all’aumentare dei redditi dovrebbero cioé aumentare le aliquote), oltre che di una politica di investimenti pubblici, politica economica pubblica vista dall’economista inglese, idea invero allora alquanto ardita, come politica riequilibratrice della distribuzione dei redditi e apportatrice di una maggiore propensione al consumo.

La propensione al consumo, per inciso, è la percentuale del proprio reddito che un consumatore è disposto ad utilizzare per i consumi, all’aumentare della quale corrisponde un aumento della ricchezza: la maggiore domanda di consumi genera, infatti, una maggiore produzione di beni e servizi e, in conseguenza, un aumento ipotizzabile di ricchezza. Keynes in una copertina della rivista statunitense TIMEKeynes attaccò la mera esistenza del sistema capitalistico come sicurezza implicita di equilibrio dei mercati: degli anni trenta, periodo di crisi economica fortissima, di disoccupazione e produzione a bassi livelli, egli considerò la sottoutilizzazione delle risorse produttive come fattore determinante del collasso economico.

Il ragionamento di Keynes avvicinava causalmente lo scarso livello produttivo di beni e servizi alla mancanza della necessaria domanda degli stessi. Vi era il problema chiaro di aumentare la domanda di beni e servizi, affinché il sistema economico riuscisse a produrre quanto era potenzialmente possibile. Quindi era necessario stimolare la domanda, incrementandola attraverso un adeguato programma di investimenti pubblici. La discussione di questa tesi keynesiana rappresenta, al di là delle opinioni e delle idee relative, perno centrale di molte discussioni odierne, più o meno ideologizzate, sui nodi economici e relative politiche d’intervento, poiché è palesemente non secondario, in tempi di recessione e di disoccupazione, sia per l’economista che per qualunque altro cittadino, comprendere quale politica sia tecnicamente più adatta nell’incentivare la ripresa degli investimenti, dei consumi, delle assunzioni.

Da notare come Keynes si espresse al fine di segnalare quei periodi quantitativamente adatti alle misure da lui propugnate come di stimolo al rilancio economico: periodi di medio termine, che avessero la funzione di stimolo alla domanda di beni e servizi come funzione originaria, non adattabile a circostanze di lungo termine dai diversi governi. Le teorie keynesiane era originariamente previste dall’autore, cioé, come metodo di intervento congiunturale. L’impatto delle teorie keynesiane sulle scienze economiche fu di enormi proporzioni: esse rappresentano i pilastri e le fondamenta della moderna macroeconomia, cioé di quell’area dell’economia che studia problemi aggregati, ossia derivati dalla somma totale delle azioni nei diversi mercati.

Come rimedio alle carenze del meccanismo del mercato e sulla base di una nuova teoria del saggio d’interesse e della moneta, Keynes ritenne quindi sì superabili le crisi cicliche dei mercati, ma attraverso un attivo intervento pubblico, diretto a espandere la spesa globale, e quindi la domanda, mediante consistenti investimenti pubblici. Proponendo schematicamente per punti il ragionamento keynesiano, possiamo affermare, seguendo i sui riferimenti teorici, che:

1) reddito e occupazione dipendono dagli investimenti.
2) Gli investimenti sono inversamente proporzionali al tasso d’interesse.
3) Il risparmio non dipende dal saggio d’interesse, bensì dal reddito.
4) Quando il risparmio desiderato è più alto degli investimenti, il reddito si riduce.
5) Nell’impossibilità di veder ridurre il saggio d’interesse ad un livello utile per gli investimenti, indispensabili per la piena occupazione, sorge il bisogno di investimenti pubblici.

In definitiva la considerazione che la produzione di potere d’acquisto con interventi mirati potesse generare una domanda di beni non equivalenti fu la grande intuizione di Keynes. Il pensiero di Keynes influì enormemente sugli studi economico-politici successivi, e diversi governi alle prese con il difficile compito della ricostruzione postbellica attuarono politiche economiche di riequilibrio congiunturale (da allora definite keynesiane), contro l’inflazione e per l’incremento dell’occupazione.

Testi giornalistici e saggistici su John Keynes
ovvero sulle tematiche keynesiane

Da “La prospettiva Keynes”, Giorgio Lunghini

La riflessione più urgente a me pare sia questa: quale possa e debba essere il ruolo dello Stato nella attuale situazione economica e sociale (per semplicità, dopo l’esaurimento del fordismo e la conseguente mondializzazione dell’economia).
Qualche principio di risposta si trova nella scoperta, tardiva e timida, di J.M.Keynes, un autore tradizionalmente poco amato dalla sinistra e che invece delinea una prospettiva di grande interesse per una sinistra teoreticamente orfana e politicamente disorientata. Non è però il Keynes del breve periodo e della spesa pubblica purchessia cui si dovrebbe guardare, ma il Keynes che ne la fine del laissez faire propone questo criterio di agenda: “Dobbiamo tendere a separare quei servizi che sono tecnicamente sociali da quelli che sono tecnicamente individuali.
L’azione più importante dello Stato si riferisce non a quelle attività che gli individui privati esplicano già, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d’azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno compie se non vengono compiute dallo Stato.

[…]

Il secondo passo del ragionamento di Keynes riguarda il saggio di interesse. La giustificazione normalmente addotta per un saggio di interesse moderatamente alto è la necessità di incentivare il risparmio, nell’infondata speranza di generare così nuovi investimenti e nuova occupazione.
È invece vero, a parità di ogni altra circostanza, che gli investimenti sono favoriti da saggi di interesse bassi; così che sarà opportuno ridurre il saggio di interesse in maniera tale da rendere convenienti anche investimenti a redditività differita e bassa agli occhi del contabile, quali normalmente sono gli investimenti a alta reddività sociale.

[…]

Sembra […] improbabile che l’influenza della politica monetaria e creditizia possa essere sufficiente a determinare un ritmo ottimo di investimento: “Ritengo perciò che una socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento si dimostrerà l’unico mezzo per consentire di avvicinarci alla piena occupazione, sebbene ciò non escluda necessariamente ogni sorta di espedienti e di compromessi con i quali la pubblica autorità collabori con l’iniziativa privata.
Ma oltre a questo non si vede nessun altra necessità di un sistema di socialismo di Stato che abbracci la maggior parte della vita economica della collettività. Non è la proprietà degli strumenti di produzione che è importante che lo Stato si assuma.
Se lo Stato è in grado di determinare l’ammontare complessivo dei mezzi dedicati a aumentare gli strumenti di produzione e il saggio base di remunerazione per coloro che li posseggono, esso avrà compiuto tutto quanto è necessario”. Keynes sapeva bene che il suo manifesto era, se non rivoluzionario, oltraggiosamente radicale (“Suggerire un’azione sociale per il bene pubblico alla City di Londra era come discutere l’origine delle specie [opera scritta da Charles Darwin, ndRDM] con un vescovo sessant’anni fa.”).

[…]

L’assunzione di questa prospettiva era imposta, per il Keynes del ’36, anche da importanti e lungimiranti considerazioni politiche: “il mondo non tollererà ancora per molto tempo la disoccupazione, che è associata, inevitabilmente associata, con l’individualismo capitalista d’oggigiorno”.
L’assunzione di questa stessa prospettiva sarebbe inoltre più favorevole alla pace di quanto non sia un sistema teso alla conquista dei mercati altrui. Se le nazioni imparassero a costituirsi una situazione di piena occupazione mediante la loro politica interna, non vi sarebbero più ragioni economiche per contrapporre l’interesse di un paese a quello dei suoi vicini: “il commercio internazionale cesserebbe di essere quello che è ora, ossia un espediente disperato per preservare l’occupazione interna forzando le vendite sui mercati esteri e limitando gli acquisti – metodo che, se avesse successo, sposterebbe semplicemente il problema della disoccupazione sul vicino che ha la peggio nella lotta – ma sarebbe uno scambio volontario e senza impedimenti di merci e servizi, in condizioni di vantaggio reciproco”. […]

Da “Un valore d’uso chiamato Lord Keynes”, Luigi Cavallaro

[…] Senza per ora entrare nel merito dell’effettiva portata della “rivoluzione keynesiana”, il punto è che Keynes si trovò a doversi confrontare non soltanto con una teoria che riteneva sbagliata, ma con l’intero corpo delle convenzioni etiche che su quella teoria erano state edificate, e che predicavano le virtù del risparmio (anzi, della “astinenza”: e ognuno sentirà qui riecheggiare voci udite dal pulpito), della libera iniziativa e, naturalmente, della moderazione salariale. E se può essere relativamente facile aver ragione di una costruzione teorica resa malferma da una o più evidenze empiriche di segno contrario (e questa, grosso modo, era la situazione dell’ortodossia dominante di fronte agli eccezionali livelli della disoccupazione degli anni Trenta del secolo scorso), la battaglia diventa difficile quando entra in gioco la morale, col suo carico di interdetti e tabù: perché l’etico è il regno dell’assoluto, che non accetta di essere messo in discussione da una qualsiasi riottosa empiria, traendo anzi spunto da questa per riconfermarsi sub specie di “sanzione”.

Proprio come facevano ai tempi di Keynes gli economisti ortodossi, quando additavano a causa della disoccupazione i salari a loro dire ancora “troppo elevati”, nonostante ogni ulteriore diminuzione di essi si traducesse in ulteriori cadute della domanda, del reddito e dell’occupazione stessa.
E’ questo il motivo che spinge Keynes, da acuto lettore di Freud, a ricorrere con frequenza allora inusitata al “motto di spirito”. In quanto intreccio compromissorio di contenuti socialmente accettabili con altri socialmente trasgressivi, egli lo individua come “cavallo di Troia” indispensabile per denunciare col massimo vigore le aberrazioni dell’ortodossia, evitando al contempo l’ostracismo della “cittadella” dei benpensanti.

La via traversa delle tecniche di “condensazione” e di “spostamento” (delle metafore e delle metonimie, come dirà Lacan) gli si rivela come l’unico modo per poter dire l’ ‘indicibile’: e cioè che “il decadente capitalismo, internazionale ma individualistico, nelle cui mani ci siamo trovati dopo la guerra, non sta avendo molto successo. Non è intelligente, né bello, né giusto, né virtuoso, né si comporta come dovrebbe. In breve non ci piace e anzi stiamo cominciando a detestarlo”.

E’ così che, sull’austero Times, dopo aver paragonato l’impasse in cui si trovavano le economie capitalistiche avanzate alla situazione di due automobilisti incrociatisi nel mezzo di una strada e incapaci di capire come andare avanti senza scontrarsi (perché nessuno sa da che lato spostarsi per passare e lasciar passare l’altro), Keynes può paragonare il deficit spending ad un “espediente grazie al quale ciascuno si muove simultaneamente un pò più sulla propria sinistra”. E’ così che, in una conversazione radiofonica alla Bbc sulla pianificazione (un esperimento allora tentato solo dai sovietici e dai fascisti e ritenuto dai più del tutto incompatibile con i princìpi di una comunità democratica), egli può affermare senza timore che gli piacerebbe “tentare di verificare se non sia possibile godere dei vantaggi di entrambi i mondi”, vale a dire dei vantaggi della pianificazione e di quelli della democrazia.

Da “Il novecento e le sue storie”
di S.Guarracino ed. Bruno Mondadori

Citazioni di John Keynes da
Le conseguenze economiche della pace

In effetti, più ancora che come il secolo dell’industrializzazione, l’Ottocento appariva anche a Keynes fondato su una “religione” (anche se di tutt’altro genere da quella crociana): la vocazione al risparmio, che aveva reso possibile smentire le fosche previsioni di Malthus. La vitalità dell’intero sistema, non solo economico ma anche politico e sociale, riposava sul differimento dei consumi. “Era precisamente la ineguaglianza di distribuzione della ricchezza che rendeva possibili quelle vaste accumulazioni di ricchezza fissa e di sviluppo dei capitali che contraddistinguono quel periodo da ogni altro […].

Lo sviluppo di questo rimarchevole sistema dipendeva perciò da un doppio inganno. Da un lato le classi lavoratrici accettavano, per ignoranza o per impotenza, o erano costrette, persuase o indotte dal costume, dalla convenzione o dalla autorità e dal ben regolato ordine sociale, ad accettare una situazione per la quale esse potevano chiamare propria una ben piccola parte della torta che esse stesse e la natura e i capitalisti avevano cooperato a produrre.
Dall’altro lato era consentito ai capitalisti di considerare propria la miglior parte della torta ed essi erano teoricamente liberi di consumarla, nella tacita, sottintesa condizione che in pratica ne avrebbero consumato una ben piccola porzione. Il dovere di risparmiare divenne celebrata virtù e l’ingrossamento della torta oggetto di una vera religione”.

Mentre il XIX secolo di Croce cominciava nel 1815, il 19° secolo di Keynes si identificava in gran parte con l’età delle ferrovie (la fase dell’industrializzazione che cominciò davvero a richiedere investimenti di enormi dimensioni) e può perciò farsi decorrere dal 1830, l’anno dell’apertura della linea Manchester – Liverpool. Così inteso, il XIX secolo era soggetto a due pericoli: che, nonostante tutto, la popolazione crescesse più in fretta della torta, o che questa fosse “un bel giorno inghiottita prematuramente dalla guerra”. Fu in effetti la guerra a rivelare il duplice inganno su cui poggiava il sistema, con il suo principio dell’accumulazione, piuttosto innaturale eppure “parte vitale […] del progresso come noi allora lo intendevamo”.

Le immani distruzioni provocate dalla guerra e l’inflazione “hanno rivelato a tutti la possibilità del consumo immediato e a molti la vanità dell’astinenza”. A guerra finita, Keynes poteva avanzare qualche ipotesi sul prossimo futuro: “le classi lavoratrici possono non essere più disposte a così larghe rinunzie e le classi capitalistiche, non più fiduciose nel futuro, possono avere voglia di godere in modo più completo la loro libertà di consumo”. Le due previsioni, il prossimo acuirsi delle lotte sociali e l’effimero boom consumistico dei ruggenti anni venti, erano entrambe ben fondate.

Nella storia del pensiero economico qualunque approccio alla teoria del consumo, a livello micro o macro, fa del reddito e quindi della produzione di ricchezza, un elemento di base degli assiomi tradizionali: l’esistenza del potere d’acquisto è generalmente cruciale per qualunque decisione di spesa. Tuttavia, in un momento storico come l’attuale, in cui il consumatore delle società capitalistiche non è per lo più costretto al consumo da uno stato di bisogno, è notevolmente cresciuta la sua discrezionalità nel decidere la composizione di tale spesa e nella distribuzione delle sue risorse; ne deriva che nei paesi ricchi, fermo restando il potere d’acquisto come determinante della decisione di spendere, l’attenzione si sposta sulle direzioni che tale potere d’acquisto può prendere.

Invece in questi primi anni del 2000 l’incertezza provocata dal terrorismo, dalla forte instabilità politica e sociale di vaste aree del mondo, da inspiegabili euforie seguite da crolli nei mercati finanziari, non consente di considerare scontato che gli individui vorranno spendere il loro reddito. Al contrario, le economie occidentali registrano da almeno un decennio un forte calo nei consumi. Nell’ottobre del 2001, subito dopo l’attentato alle Torri Gemelle, Paul Krugman scriveva: ” Per la domanda (e questo vale molto più che per l’offerta) la questione è psicologica.. Se chiedete quanto consumeranno i consumatori e quanto investiranno gli investitori nei prossimi mesi la risposta è determinata dai sentimenti: quelli che Keynes chiamava ‘spiriti animali’. Se la gente spaventata decide di non spendere, il suo nervosismo può tradursi in un’economia depressa… La sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”.

Commenti, Revisione, Trascrizione, Selezione
Roberto Di Molfetta

TESTI su John Keynes da:


– Digilander.libero.it/grandedepressione
– Cepa.newschool.edu
– Laterza.It
– Ildiogene.It
– Wikipedia.Org
– J.J.Connor e E.F.Robertson
– Dizionario Enciclopedico Treccani
Istituto dell’Enciclopedia Italiana

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John Keynes | Economista Britannico

Roberto Di Molfetta

Roberto Di Molfetta, 1974, nativo di Salerno, da madre romana e padre di Ceccano (Frosinone), ha avuto parecchie città di residenza, ma deve la sua formazione soprattutto al periodo ventennale trascorso nel centro della Capitale.
Laureato in Comunicazione alla Sapienza di Roma, si occupa ormai da anni di Web Marketing, ottimizzazione per i motori di ricerca e creazione di siti Web. Non dimentica però la sua passione per la sociologia, dalla quale è nato questo progetto scientifico.
Ha fondato infatti il progetto Appunti di Scienze Sociali nel luglio del 2004, originariamente su hosting gratuito poi divenuto appuntidiscienzesociali.it infine trasformatosi nell'attuale progetto www.scienzesociali.org
Contatti: [email protected] - Sito Web: www.robertodimolfetta.it
John Keynes | Economista Britannico

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