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La Psicologia | Scienze Sociali - Org

Discipline Scientifiche

La Psicologia

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La psicologia, o studio sistematico dei fenomeni psichici, non è una: dovendo racchiudere i vari approcci in una definizione unica, stabiliamo che è psicologia la disciplina che si interessa ai fenomeni psichici creati dalle interazioni intraindividuali ovvero interindividuali, interazioni che generano reazioni insieme individuali e sociali. Una psicologia che è analitica soprattutto rispetto al valore psicologico individuale è una psicologia individuale; una psicologia che indaga gli effetti psicologici contestuali di gruppo è definibile psicologia sociale. Gli studi afferenti alla psicologia sociale sono strategici per tutte le scienze sociali. RDM
Confrontando autori che si sono occupati di fornire spiegazioni generali dei meccanismi non sottoposti al controllo della volontà individuale e che pure determinano la percezione, l’atteggiamento ed il comportamento individuali nell’ambiente socio-culturale di riferimento, abbiamo indagatori razionali e sperimentali; in più, abbiamo studiosi razionali con approccio all’individuo e alle dinamiche interazionali con ottica individuale, che estendono il loro lavoro alla società in generale e studiosi specificatamente sociali, che si occupano cioé di conoscere dettagliatamente i percorsi generativi e di cambiamento di panorami psicologici creati nel e dal gruppo, vedendo nella genesi gruppale l’unità d’indagine metodologicamente adeguata a spiegare i panorami psicologici medesimi.

Si desidera trattare la disciplina, meno omogenea di quanto accademicamente e comunemente si ritenga, con lo sguardo rivolto, classificatoriamente, direttamente agli autori, che, tramite metodi sperimentali oppure qualitativo-razionali, hanno raggiunto conoscenze utili sulla psiche umana tramite i risultati raggiunti, sia in sede scientifica sia nei successivi sviluppi clinici relativi a psicopatologie, anch’esse, come nel caso limite delle correnti sociopsicologiche impegnate a spiegare i totalitarismi, con ambito di gruppo o addirittura di massa.

Il focus esplorativo di questo testo, che non può in questa sede, per la vastità della materia, essere globalmente esaustivo, non è su casi particolari, di interesse medico, originati da psicopatologie individuali o di gruppo; anche partendo dai risultati ottenuti utilizzando terapeuticamente metodi di derivazione psicologica, si intendono piuttosto trattare conoscenze utili a comprendere l’essere umano in generale, raggiungendo, come hanno permesso i risultati dei metodi di ricerca psicologica speculativi e sperimentali, quelle particolari procedure non conscie con cui ognuno crea e completa il modo di osservare, percepire, valutare e modificare l’ambiente materiale ed umano che lo circonda.

Inizialmente occupandosi di autori che hanno sviluppato il loro pensiero sulla psiche individuale come causa preponderante del comportamento sociale, ma che hanno così permesso di trattare sistematicamente l’una e l’altra, ci si collega ad autori che più da vicino si sono occupati, con pratiche sperimentali volte a sostenere le relative correnti teoriche, di dimostrare la centralità di strutture psicologiche specificamente sociali nell’interazione di individui, gruppi, nazioni, culture.

Area di psicologia individuale

Carl Gustav Jung

Sigmund Freud (1856-1939)
Si rimanda, per una generica trattazione del suo pensiero, al presente collegamento ipertestuale.

Erich Fromm (1900-1980)
Il rapporto tra l’uomo e la società differisce da quello di Freud, che insegnava che l’uomo è fondamentalmente antisociale e deve essere addomesticato dalla società. Fromm prospetta una concezione dell’uomo che, pur sviluppandosi sul solco tracciato da Freud, mostra di tener in maggior conto l’influenza delle scienze sociali […]. Fromm insiste sullo stato di solitudine e di isolamento proprio della condizione umana, considerandole una conseguenza del distacco dalla natura e dalla progressiva conquista di maggiore libertà. A tale condizione sarebbero legati cinque specifici bisogni:
1) bisogno di relazioni;
2) bisogno di trascendenza (o di creatività);
3) bisogno di radicamento (nella natura e nel mondo);
4) bisogno di identità;
5) bisogno di un sistema di orientamento.

L’adattamento dell’uomo alla società è visto come un compromesso tra i bisogni intimi e le richieste dell’ambiente. Il problema del rapporto tra uomo e società è ritenuto fondamentale, poiché la società è vista come qualcosa di creato dall’uomo allo scopo di realizzare la natura che gli è propria. Fromm riconosce che nessuna delle società storiche ha raggiunto questo traguardo, ma ritiene che per l’uomo sia possibile arrivare alla creazione di una simile società ideale.
Nel suo libro “Psicanalisi e religione” Fromm discuteva il bisogno dell’uomo di una struttura di orientamento con cui egli poteva superare la sua alienazione e stabilire relazioni con gli altri. Questo bisogno può essere soddisfatto da una ideologia, da una religione, o persino da una nevrosi mentale. Fromm confrontò questo di psicoanalisi che egli chiamava cura dell’anima con le religioni che accentuano il potere e la forza dell’individuo. Il più importante contributo di Fromm alla psicologia sta nella sua accentuazione della dignità e del valore dell’individuo. A differenza degli psicologi del comportamento (behaviouristi, nota RDM) egli non riduce l’uomo ad un comune denominatore di istinti.

Tratto da Erich Fromm, Avere o essere, ed. Mondadori, Milano 1977:
« Avere ed essere sono modalità esistenziali, entrambe sono potenzialità della natura umana: alla base della modalità esistenziale dell’avere vi è un fattore biologico, la spinta alla sopravvivenza (pag.134), alla base della modalità esistenziale dell’essere c’è il bisogno di superare il proprio isolamento, che è una condizione specifica dell’esistenza umana. A decidere quale modalità avrà il sopravvento per la maggioranza è la struttura sociale con le sue norme ed i suoi valori (pag.141). Il carattere sociale fonde la psiche individuale e la struttura socioeconomica (sì che gli individui “desiderano fare ciò che devono fare”, pag.176). I mutamenti solo psichici sono limitati alla sfera privata e sono inefficaci come i mutamenti economici, se non riguardano anche il carattere. La struttura caratteriale dell’individuo costituisce il suo vero essere, mentre il suo comportamento può essere solo una maschera, un’apparenza (pag.130; il fanatismo, osserva l’Autore, talvolta serve a coprire impulsi opposti, pag.116). Le strutture socioeconomica, caratteriale, religiosa sono inseparabili (pag.182). »




Alfred Adler (1870-1937)
La psicologia adleriana è vicina al senso comune: nella teoria sulla personalità, Adler attribuì un’importanza maggiore, nello sviluppo, al sentimento d’inferiorità piuttosto che alle pulsioni sessuali rilevate da Freud. Secondo Adler, i sentimenti consci o inconsci di inferiorità (da cui il “senso di inferiorità”), associati a meccanismi di difesa che svolgono un ruolo compensatorio (centrati soprattutto sulla ricerca del potere sugli altri), costituiscono causa comportamentale importante. Essere uomo, scrive, significa nutrire un sentimento d’inferiorità che preme costantemente per il suo superamento. L’uomo compensa tale dato costitutivo di partenza con la “volontà di potenza” (altrimenti detta “tendenza a prevalere”), nozione di chiara derivazione nietzscheana e che Adler concepisce come innata oltre che fondamentale. Questa “volontà di potenza” è bilanciata dall’altra istanza fondamentale della psicologia individuale, il sentimento sociale, che include l’empatia e la tendenza a cooperare col prossimo.

Carl Gustav Jung (1875-1961)
Approfondisce il processo di individuazione, in base al quale il Sè, inteso come totalità conscio-inconscio, spinge verso l’autorealizzazione. L’individuazione è principio del divenire e divenire del principio: si inizia questo percorso con il passaggio dall’originaria identità con l’oggetto alla “coscientizzazione” tramite differenziazione e integrazione (differenziazione cioè dalla madre e dal collettivo). Sono processi a-storici già presenti nei miti e possono essere compresi nel termine “inconscio collettivo”. I contenuti di tale inconscio sono archetipi, “strutture strutturanti”, bipolari modi a priori della conoscenza, presenti nel sogno, nelle fantasie, nei deliri. Nei sogni i simboli vanno letti non in modalità semiotica, come segni di processi istintivi elementari, come fa Freud, ma come frammenti di un inconscio vitale.
Tratto da Giorgia Moretti-Mario Mencarini, “Alle soglie dell’infinito”:
[…] I contenuti dell’inconscio collettivo si riallacciano al patrimonio storico-culturale dell’intera umanità. Scrive Jung: “La mia tesi […]: oltre alla nostra coscienza immediata, che è di natura del tutto personale e che riteniamo essere l’unica psiche empirica (anche se vi aggiungiamo come appendice l’inconscio personale), esiste un secondo sistema psichico di natura collettiva, universale e impersonale, che è identico in tutti gli individui. Quest’inconscio collettivo non si sviluppa individualmente ma è ereditato. Esso consiste in forme preesistenti, gli archètipi, che possono diventare coscienti solo in un secondo momento e danno una forma determinata a certi contenuti psichici.”. L’uomo si trova in tal modo ad essere attraversato da un’altra contraddizione: in lui si manifesta la tendenza a ripetere comportamenti ed atteggiamenti collettivi che oltretutto appartengono al passato dell’umanità e, al tempo stesso, egli sperimenta il desiderio di salvaguardare la propria libertà dando risposte originali a nuove situazioni ambientali. […]

Area di psicologia sociale

Alcune  teorie  centrali

Behaviourismo

Nome statunitense della corrente scientifica comportamentista, il behaviourismo (dall’inglese behaviour, condotta o comportamento) presuppone come ipotesi teorica il semplice assunto che l’azione umana è determinata da eventi esterni; essa seguirebbe lo schema logico di elementare e biologica primordialità che lega uno stimolo ad una risposta, tramite lo schema: stimolo _ risposta. Importanti e pioneristici, gli studi di Ivan P. Pavlov (tra l’altro poco apprezzabili da un’ottica animalista, come purtroppo lo sono, ineluttabilmente, diversi aspetti della sperimentazione su animali) dimostrarono che mammiferi come l’uomo, dei cani, generavano medesime risposte a medesimi stimoli, anche quando gli stimoli stessi erano associati alle risposte istintive attraverso percorsi artificiali sperimentali. Abbinando un suono alla presenza di cibo, Pavlov riuscì a verificare come la salivazione degli animali, nel tempo, aumentava al semplice reiterare il meccanismo sonoro, anche quando il cibo, legato alla primigenio istinto della salivazione, veniva a mancare. Successo notevole, se si ammettono gli istinti umani più elementari associabili a quelli di altri mammiferi.
Secondo lo studioso John Watson, con un simile meccanismo, attraverso cioé esperimenti che prevedevano ricompense e punizioni volte ad influenzare il comportamento umano, si poteva evincere la condizionabilità non culturale ma psicologica della persona; Gordon Willard Allport sottolineò la fiducia nel potere dell’ambiente come determinante l’azione umana, parimenti dinamica e difficilmente generalizzabile con teorie psicologiche troppo lineari e universali. I neobehaviouristi, successori teorico-cronologici e nominali dei comportamentisti, pur considerando l’importanza degli eventi ambientali, accentuano gli stati psicologici personali come linee-guida essenziali nel generare atteggiamenti e sentimenti quali determinante influenza genetica dell’azione, al di là dell’iniziale schema teorico stimolo _ risposta.

Cognitivismo

La psicologia della Gestalt, o psicologia della forma, a cui i cognitivisti devono molto teoricamente, prevede, recuperando la filosofia kantiana dell’atto attivo della mente, l’intenzionalità come ciò che rapporta il soggetto all’oggetto: l’oggetto ha realtà sua propria ma diviene esistente in sede psichica solo quando un atto rapporta ad esso l’essere umano. La psicologia dell’atto convoglia l’attenzione verso il soggetto, verso il suo mondo e verso i dati immediati dell’esperienza. I cognitivisti videro centrale il ruolo del pensiero e dell’interpretazione degli individui sull’attività sociale nel creare modi di percepire psicologicamente gli uomini. In maniera simile i cognitivisti ritennero che il modo in cui gli eventi esterni vengono percepiti influenza il comportamento umano. In tal senso importante fu il lavoro eseguito da Kurt Lewin, il primo psicologo sociale che sviluppò una teoria generale del comportamento sociale umano.
Con la sua formulazione teorica del campo espresse l’idea che il modo in cui ci si rappresenta il mondo è fattore principale dell’agire dell’essere umano. Il modo in cui l’uomo si costruisce il mondo, inoltre, varia a seconda del variare dei suoi bisogni e dei suoi scopi psicologicamente intesi. Lewin propose di considerare il mondo psicologico come un campo composto da regioni interdipendenti, le cui componenti principali sono persona ed ambiente.

Teoria implicita della personalità

La conoscenza di una persona, della materia o delle idee viene organizzata cognitivamente dalla psicologia della persona stessa, secondo questa opzione teorica, mediante l’uso di uno “schema”. Lo schema psicologico si intende come comprensivo di attributi e relative relazioni. Tramite uno schema, infatti, è costruita, selezionata e classificata, secondo le ricerche dei teorici considerati, ogni informazione disponibile all’individuo. Nel rapporto con gli altri, anche in presenza di pochi dati, l’individuo utilizza schemi cognitivi preesistenti. Fattori addizionali da considerare sono l’effetto alone, il quale spiega il giudizio su di una persona come buona se di essa abbiamo una informazione positiva; viceversa è validata dall’effetto alone una cattiva percezione cognitiva a livello psicologico in caso di informazioni negative precedenti. Le informazioni selezionate dal cervello a conferma di schemi personali rappresentano una tendenza cognitiva chiamata “verifica delle ipotesi di conferma”, rientrante nel percorso psicologico personale a schemi concepito e studiato da questa ipotesi teorica.
Altri fattori addizionali dell’effetto di percezione schematica sono l’effetto di primacy e l’effetto di recency: quando la prima impressione formatasi è legata alle prime informazioni, avremo l’effetto psicocognitivo di primacy; quando la prima impressione è basata invece, su di una prevalenza delle più recenti informazioni, avremo l’effetto psicocognitivo di recency. In genere l’effetto di primary è privilegiato salvo l’uso di accorgimenti comunicativi utili a mutare la percezione psicologica dei protagonisti dell’esperimento o, in generale, della comunicazione informativa.
Vi è inoltre, sempre nel panorama teorico considerato, l’effetto di innescamento: riferendoci ad un fatto particolare, gli individui privilegiano schemi cognitivi diversi in rapporto causale con alcuni fattori ambientali, appunto considerati di innesco; anche se inadatto, uno schema cognitivo è utilizzato a causa di fattori legati al funzionamento tipico, o normale, del cervello umano.
La individuale tendenza psicologica di ogni persona di raggruppare tratti o configurazioni del mondo esterno in modo particolare si definisce teoria implicita della personalità, altrimenti definibile, in linguaggio non tecnico, come il modo in cui ogni essere umano produce convincimenti sulla personalità dell’altro.

Interazionismo-simbolico

I teorici dell’interazionismo simbolico, come George H. Mead, divergendo dalle scuole psicologiche comportamentista e cognitivista, sottolineano le relazioni tra gli individui come essenziali nel comprendere atteggiamenti e comportamenti. Il concetto di ruolo è centrale per questa teoria: l’agire individuale è visto come costrutto determinato dal tipo di ruolo che si assume all’interno di uno specifico rapporto, dipendente altresì dal modo in cui l’altro reagisce all’interno del rapporto specifico.

Le affinità interpersonali

La somiglianza è generalmente un parametro considerato significativo, comunemente e a livello di verifiche empirico-scientifiche nel settori di studi psicologici sociali, nel determinare lo stato psicologico rispetto ad altri individui o gruppi di individui e, di conseguenza, nel produrre azione sociale dell’individuo.
L’attrattiva non è direttamente proporzionale però alla somiglianza tra persone: una persona differente da sé genera un bisogno di complementarietà che può produrre un atteggiamento positivo come l’affinità. Comunque, e generalmente, maggiore è il numero degli interessi in comune tra persone, maggiore è l’attrazione relativa. La somiglianza non è espressa univocamente da un solo livello conoscitivo. Vi è somiglianza tra persone relativamente ad una medesima posizione socioeconomica, a medesimi interessi culturali, a stati emotivi simili e così via.
L’attrattiva derivata dalla somiglianza interpersonale è dovuta a:
1) Gratifica. Gratificando l’autostima personale, ad esempio, quando lo stesso stile di vita scelto da altri genera un sentimento di benessere prodotto dalla conferma delle scelte individuali.
2) Fiducia. Dalla relazione di gruppo individui somiglianti traggono fiducia sui risultati possibili cooperando su medesimi obiettivi.
3) Reciprocità. Le caratteristiche riscontrate nell’altro sono le stesse di chi giudica.

La socializzazione degli individui

Henri Tajfel, studiando la competizione tra gruppi umani, correlò la stessa sia alla lotta per l’approvvigionamento che ad un tipo particolare di difesa, la difesa dell’identità sociale. L’identità sociale è prodotta dalla percepire un gruppo come proprio, con relativo vantaggio derivante dal valore che si percepisce di avere, relativamente, nell’essere parte integrante del gruppo, dall’essere protetto contro determinati pericoli dallo status di membro del gruppo.
La persona compete con altri gruppi, quindi, salvaguardando il plusvalore personale che percepisce di aver acquisito entrando nel gruppo e, difendendolo, difendendo sé stesso dai pericoli ai quali la mancanza del gruppo medesimo lo esporrebbe. Precisamente Tajfel rilevò sperimentalmente che:
1) Membri di un gruppo hanno atteggiamenti positivi reciproci discriminando i non-membri.
2) Sviluppandosi, il gruppo crea omogeneità interna: i suoi membri si assomigliano sempre più in atteggiamenti, opinioni, con accentuazione delle differenze rispetto ad altri gruppi, al fine di ulteriore differenziazione.
3) Identità sociale e identità personale si allontanano nei fatti: chi è diverso da sé non è visto come individuo ma membro di un gruppo.
4) Atteggiamenti di autocompiacimento ed autostima degli appartenti al gruppo sono sviluppati ed accresciuti a discapito di altri gruppi, giudicati negativamente in modo proporzionale.

Gli stereotipi sociali considerati dalle ricerche psicologiche

Stereotipo sociale è una descrizione semplicistica di interi gruppi: turchi iracondi, italiani impulsivi, tedeschi rigidi, americani adolescenziali e così via. Gli stereotipi possono generare molto facilmente, in un secondo momento, un secondo livello di conoscenza, i pregiudizi. In ogni caso, influenzando parte delle azioni umane, può essere un stereotipo a creare e a mantenere il giudizio sull’abbigliamento e la selezione di indumenti adeguati ad un gruppo sociale particolare. Si ritiene, in psicologia sociale, gli stereotipi come originati da processi cognitivi in funzione di processi di pensiero identificabili come:

1) Differenziazione e polarizzazione: gli stereotipi si formano sul gruppo di cui si è membri e su quelli estranei; i primi sono dettagliati maggiormente rispetto ai secondi, più semplicistici e quindi sensibilmente più adatti a generare pregiudizi.
2) Memoria negativa: gli stereotipi negativi sui gruppi estranei si mantengono maggiormente nel tempo rinforzando il giudizio negativo iniziale.
3) Correlazione ingannevole: una correlazione stabilita tra termini, come italiani e contadini, anche quando tale correlazione non risulta surrogata da specifiche prove convalidanti ed oltre qualunque informazione che la invalidi nei casi in cui non corrisponda al vero.

Gli stereotipi hanno funzioni che psicologicamente non sono assurde: i concetti sugli altri generati dai processi cognitivi semplicistici come gli stereotipi permettono, al di là delle verità raggiunte, di percepire in maniera minore il mondo esterno come estraneo; in ogni stereotipo vi può essere contenuto comunque, infatti, un qualche fondamento di verità, utile ad evitare di vedere come totalmente oscure le azioni di altri individui o gruppi non conosciute direttamente.

La comunicazione: aspetti rilevanti per la psicologia sociale

La comunicazione è considerabile come persuasiva, su di un piano conoscitivo psicologico-sociale, quando riscontriamo un mutamento degli atteggiamenti degli individui generato direttamente dalla comunicazione stessa. Hovland e i suoi collaboratori studiarono attentamente, con i procedimenti empirici da sempre utilizzati dalla psicologia sociale sperimentale, la comunicazione persuasiva degli individui vista come processo, cioé una serie di fasi individuabili nel tempo, e i relativi effetti sugli esseri umani del completarsi del medesimo processo comunicativo. Variabili importanti risultarono essere e sono:
1) La fonte cioé colui che produce la persuasione come tentativo
2) Il messaggio cioé il contenuto della comunicazione stessa
3) Il canale che trasmette la comunicazione, come tutti i ‘media’ di comunicazione di massa (radio, TV)
4) Il ricevente cioé colui che riceve il messaggio
5) Il contesto cioé il contesto fisico ovvero sociale della comunicazione persuasiva

Valore psicologico della comunicazione persuasiva:
l’agire comunicativo e i suoi protagonisti

La fonte
Attendibilità, attrattiva fisica, intenzioni del comunicatore: sono ritenute queste le determinanti ineludibili nell’agire persuasorio, considerando l’osservatore il focus sulla fonte originaria. Chiaramente il messaggio proveniente da una fonte ritenuta attendibile è anch’esso ritenuto tale, pur essendo stato osservato un effetto chiamato effetto latente: tramite quest’effetto il messaggio proveniente dalla fonte meno attendibile, con il trascorrere del tempo, risultava avere più incidenza e, in definitiva, efficacia persuasiva.
La fenomenologia psicologica legata all’effetto latente è spiegabile come una dissociazione operata tra colui che ha inviato il messaggio e la caratteristiche delle informazioni trasmesse, venendo meno con ciò l’influenza dell’attendibilità, quest’ultima valutata invece maggiore normalmente nei casi in cui la fonte comunicativa è considerata più attendibile. Rievocando la fonte, l’effetto è una crescita dell’attendibilità percepita, con conseguente assenza dell’effetto latente.
Fonti considerate attendibili influenzano un relativo cambiamento degli atteggiamenti, maggiormente se il messaggio coinvolge la persona od il gruppo che opera nel trasmetterlo e, inoltre, come altro fattore interveniente, non a suo vantaggio. H.C.Kelman osservò nel suo lavoro empirico influenze maggiori da parte di chi era fisicamente gradito: ciò era motivato dalla volontà individuale di rassomigliare o identificarsi con le persone. Nel caso le intenzioni persuasive dell’emittente siano dichiarate, rese palesi, cioé la fonte parla in modo esplicito di voler convincere i suoi destinatari tramite il messaggio che ha trasmesso od intende trasmettere, allora il ricevente, individuo, gruppo, audience che sia, assume un atteggiamento psicologicamente competitivo che ostacola un eventuale cambiamento di atteggiamenti. Quest’ultima componente psicologica non è sempre e comunque presente, soprattutto se il messaggio non è letto come minaccioso per il self individuale o collettivo.

Il messaggio
Persuasivo, primariamente, è il messaggio chiaro, comprensibile, che può essere capito dal destinatario; la comprensione dei messaggi è contemporaneamente presente insieme a uno stato psicologico tra i due alternativi: unilateralità o bilateralità nella argomentazione.Varie ricerche hanno evidenziato come l’impatto della comunicazione in senso persuasivo è diverso seguendo i dati su:
1) istruzione di chi l’ascolta;
2) argomentazione, che può essere unilaterale oppure bilaterale.
Nella maggior parte dei riscontri è risultata più facilmente persuasa da una argomentazione bilaterale una persona con una dose di cultura individuale maggiore; al polo opposto, un livello culturale non alto, assieme alla unilateralità argomentativa, costruiscono generalmente uno stato di persuasione maggiore di altre combinazioni dello stesso tipo. Inoltre un messaggio minaccioso può incutere uno stato di paura, e può determinare un effetto boomerang: la paura associata all’intenzione persuasiva produce in casi simili l’effetto di inibire il cambiamento; il ricevente, originariamente disposto all’azione persuasiva, riformula così l’atteggiamento personale in chiave difensiva.

Il ricevente
Molte ricerche hanno evidenziato come l’efficacia della comunicazione persuasiva sia influenzata dalla disposizione o meno del ricevente a modificare i propri atteggiamenti elaborando autonomamente l’informazione. Vi sono, legando il discorso a tale proposito, tre tipi di disposizioni degli esseri umani: una tendenza a farsi influenzare da ogni comunicazione persuasiva e a cambiare i propri comportamenti; una ulteriore tendenza a modificare il proprio pensiero in mancanza di opinioni a supporto di critiche o resistenze eventuali, come sottolineato dal lavoro di ricerca di J.McGuire. Infine, la terza tendenza del ricevente quella particolare forma di comunicazione umana, considerata come volta oggettivamente a convincere, perciò definita in modo specifico, rilevante epistemologicamente e metodologicamente, come comunicazione persuasiva, sta nell’efficacia della comunicazione medesima rispetto all’autoconsiderazione del ricevente: bassa autostima implica una linea d’opinioni facilmente plasmabile dalle idee altrui, le quali vengono seguite a causa di una scarsa valutazione dei propri assunti; una notevole autostima genera, d’altronde, una difesa decisa, in qualità e quantità, di opinioni personali e relative posizioni sociocomunicative, spingendo solitamente il ricevente, almeno sul piano psicologico, ad argomentare, discutere, comunicare in modo anche paritetico, con volontà e determinazione discorsive, quando è possibile, con la fonte-emittente originaria.

La teoria elaborata da Fiedler sulla leadership

Fiedler afferma, studiando le tipologie di leadership ed osservando le relazioni dei tipi diversi di leaders con i diversi modi possibili d’interazione dei gruppi, che si possono riscontrare due tipologie di leadership, che corrispondono a determinati modi di essere leader di un gruppo: vi è la leadership orientata al compito e quella orientata alla relazione. Sono interessati affinchè il gruppo raggiunga determinati risultati quei leader che tendenzialmente si pongono obiettivi finalizzati al compito, mentre i secondi sono più interessati a buoni rapporti di tipo relazionale all’interno del gruppo stesso.
Entrambi i tipi di leadership possono essere efficaci: la differenza nei risultati finali è puramente contestuale, ed il successo dovuto a fattori situazionali. Il controllo situazionale è il controllo che l’individuo studiato come leader ha, potenzialmente, sui membri del gruppo. La situazione migliore è di tipo fiduciario, quando ogni membro del gruppo ha compiti precisi ed il leader può distribuire ricompense oppure comminare sanzioni. Dei due stili, sono stati osservati due comportamenti determinati da fattori contestuali diversi: lo stile orientato al compito risulta più efficace quando la situazione è al massimo o al minimo controllo situazionale, cioé di estremo controllo o di estrema mancanza di controllo, mentre nell’altro modo di assumersi compiti da leader, ossia quando l’attenzione del leader è maggiormente concentrata sui rapporti intergruppali, il leader stesso è più efficace nelle situazioni ad un grado intermedio di controllo situazionale.
Il modello di Fiedler è contraddistinto, oltre gli utili esempi di modellamento del lavoro di gruppo sia sul contesto situazionale che su diverse tipologie di leadership, dal fatto dimostrato che non esiste una leadership migliore di un’altra: l’efficacia delle tipologie psicologiche dipende da fattori situazionali.

La dissonanza cognitiva

Una delle questioni scientifiche più rilevanti è stata, per molti psicologi, quella della necessità psicologica delle persone di evitare fastidio personale nel percepire come incoerenti le proprie opinioni. In caso di percezione negativa, nel momento in cui le idee personali vengono avvertite spiacevolmente sbagliate o semplicemente considerate incoerenti (non importa che lo siano realmente), sorge l’esigenza di ripristinare la coerenza delle idee, attraverso processi psicocognitivi specifici, atti a ridurre quella che viene definita dissonanza cognitiva. Leon Festinger si è occupato di questo tipo di ricerche, rilevando che tanto più c’è dissonanza tra la rappresentazioni individuali del mondo, tanto più è forte il disagio per l’incoerenza che ne scaturisce.
La risoluzione della dissonanza può avvenire sia modificando il proprio comportamento sia attraverso la modifica della rappresentazione. Disprezzando chi vota un certo partito e, ad esempio, votando appunto proprio per il medesimo partito, al fine di evitare la dissonanza cognitiva, si può sia evitare di completare il voto sia cambiare tout court la propria opinione sugl’elettori di quel partito, giustificando l’azione compiuta come uno stato di bisogno, dovuto ad una particolare misura programmatica che aiuta economicamente determinate fascie sociali, anche se ciò non è dovuto ad un possibile e prevedibile miglioramento reale del proprio status.
Tutto ciò dimostra come le necessità di coerenza cognitiva influenzi il cambiamento negli atteggiamenti: infatti ad una determinata coerenza logica si associa una determinata coerenza di atteggiamenti. Gli effetti del comportamento sugli atteggiamenti sono misurati empiricamente con i role-playing ovvero interpretazioni di un ruolo; interpretare, adottando un certo comportamento, può influenzare il cambiamento degli atteggiamenti mentre, se non produce alcuna dissonanza, non si avrà alcun cambiamento.
Festinger, con una sua posizione non efficacemente supportata da studi mirati e specifici, quindi con l’assenza di dati scientifici sufficienti, ha voluto aggiungere che ad una maggiore pressione di qualcuno che ci vuol fare un’azione indesiderata, corrisponde una riduzione della dissonanza cognitiva. Molti autori critici di questa ‘complementarietà’ sui fattori esterni della teoria della dissonanza si sono riallacciati alla consapevolezza, presente o assente, delle persone interessate dagli esperimenti. Se nella pressione è implicita una punizione o una ricompensa, il fatto di eseguire un’azione a forza, non implicherebbe nessuna attrazione verso l’azione, e quindi nessuna diminuzione della dissonanza. Altri autori, invece, ritengono che la ricompensa può attenuare la dissonanza, come in quell’esperimento dove la ricompensa in denaro, per il fatto di mentire ad altre persone sulla qualità interessante di alcune prove motorie, in realtà, molto noiose, potesse non creare dissonanza (caso della retribuzione soddisfacente), o far cambiare l’atteggiamento (caso della ricompensa non soddisfacente e quindi di alta dissonanza). Klapper, inoltre, studiò, con beneficio degli studi massmediologici, come al fine dell’evitamento della dissonanza si “scelgono” le cose da vedere e da sentire, per esempio, evitando di vedere o di ascoltare, alla televisione o alla radio ad esempio tra i tanti media, fatti non congruenti con le proprie opinioni, addirittura alterando la percezione, il ricordo e la rievocazione degli stessi tramite un’autentica ostracistica lontananza cognitivo-sensoriale, a livello psicologico, dell’interessato.

La psicologia sociale evoluzionista – Il ricordo di un celebre e pioneristico esperimento


Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi
9 Recensioni
Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi
  • Zygmunt Bauman
  • Laterza
  • Edizione n. 24 (04/20/2006)
  • Copertina flessibile: 231 pagine


Konrad Lorenz (1903-1989)
Lorenz è stato uno dei principale esponenti di quel settore di studi scientifico che si interessano del comportamento degli animali, l’etologia, la scienza che studia appunto il comportamento di tutti gli esseri viventi, a parte l’uomo, al fine di compararlo con il comportamento umano.
Celebre l’esperimento dell’osservazione di animali come le anatre. La sua passione per le anatre, spiegò egli stesso in suo libro, era originata dalle loro abitudini familiari, giudicate da Lorenz e dimostratesi molto simili a quelle umane. Lavorando sulle anatre, Lorenz formulò l’altrettanto celebre teoria dell’imprinting. Quando un cucciolo riceve cure e affetto da parte di una madre diversa da quella biologica, anche se appartenente ad una specie diversa, egli scoprì verificarsi il fenomeno dell’imprinting. Lorenz poté proporsi come ‘madre sostitutiva’ per molte piccole anatre; contemporaneamente esse si attaccavano affettivamente a lui, come avrebbero fatto con la propria madre biologica. Lorenz (letteralmente diventato “mater honoris causa”) riuscì ad educare le sue piccole anitre, grazie al fenomeno dell’imprinting, al punto che esse lo seguivano ordinatamente in fila, come avrebbero fatto con la propria madre biologica, rispettando con lui un ordine naturale che apparteneva ad altri individui biologici. Lorenz ne trasse un insegnamento più generale, valido per la teoria evoluzionistica che riguardava anche la specie umana: la selezione naturale aveva determinato non solo l’evoluzione della specie, ma anche delle varie culture.

Materiale tratto da:
– Riflessioni.it
– Ildiogene.it
– Digilander.libero.it/filosofiapolitica
– Giorgioantonelli.it
– Associazione Ticinese Psicologi e Psicoterapeuti on-line
– Psicolinea.it

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Roberto Di Molfetta, 1974, nativo di Salerno, da madre romana e padre di Ceccano (Frosinone), ha avuto parecchie città di residenza, ma deve la sua formazione soprattutto al periodo ventennale trascorso nel centro della Capitale. Laureato in Comunicazione alla Sapienza di Roma, si occupa ormai da anni di Web Marketing, ottimizzazione per i motori di ricerca e creazione di siti Web. Non dimentica però la sua passione per la sociologia, dalla quale è nato questo progetto scientifico. Poeta, sensibile, molto affezionato alla madre, è affascinato dalla conoscenza e dalla bellezza dell’Arte e della Natura, nonché dalla tenerezza degli animali. Ha fondato il progetto Appunti di Scienze Sociali nel luglio del 2004, originariamente su hosting gratuito poi divenuto appuntidiscienzesociali.it infine trasformatosi nell'attuale progetto www.scienzesociali.org Contatti: [email protected] - Sito Web: www.robertodimolfetta.it

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