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La Sociolinguistica | Scienze Sociali - Org

Discipline Scientifiche

La Sociolinguistica

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La Sociolinguistica è una disciplina che ha come oggetto la sistematica covariazione delle strutture linguistiche e delle strutture sociali. Più in generale, essa studia particolarmente le diversità e le varietà della lingua, quali si manifestano in rapporto alle differenze geografiche, socioculturali e socioeconomiche degli individui e in rapporto alle differenti situazioni in cui avviene la comunicazione.
Università degli Studi di Udine
« Per certe persone la lingua è una nomenclatura, vale a dire una lista di termini corrispondenti ad altrettante cose. Questa concezione è criticabile. Essa presuppone delle idee già fatte preesistenti alle parole; non ci dice se il nome è di natura vocale o psichica, perché la parola latina arbor può essere considerata sotto l’uno o l’altro aspetto; lascia supporre che il legame che unisce un nome ad una cosa sia un’operazione del tutto semplice, ciò che è assai lontano dall’esser vero. Tuttavia questa visione semplicistica può avvicinarsi alla verità quando mostra che l’unità linguistica è una cosa doppia, fatta del raccostamento di due termini. I termini implicati nel segno linguistico sono entrambi psichici ed uniti nel nostro cervello dal legame dell’associazione. Insistiamo su questo punto.

Il segno linguistico unisce non una cosa ed un nome, ma un concetto ed un immagine acustica. Quest’ultima non è il suono materiale, cosa puramente fisica, ma la traccia psichica di questo suono, la rappresentazione che ci viene data dalla testimonianza dei nostri sensi: essa è sensoriale, e se ci capita di chiamarla “materiale”, ciò avviene solo in tal senso ed in opposizione all’altro termine dell’associazione, il concetto, generalmente più astratto. Il carattere psichico delle nostre immagini acustiche appare bene quando noi osserviamo il nostro linguaggio. Senza muovere le labbra né la lingua possiamo parlare tra noi e recitarci mentalmente un pezzo di poesia. Per il fatto che le parole della lingua sono per noi immagini acustiche occorre evitare di parlare dei “fonemi” di cui sono composte. Questo termine, implicando una idea di azione vocale, può convenire solo alla parola parlata, alla realizzazione dell’immagine interiore del discorso. Parlando di suoni e sillabe di una parola si evita il malinteso, purché ci si ricordi che si tratta di immagini acustiche.

Triangolo_semiotico

Sia che cerchiamo il senso della parola latina arbor sia che cerchiamo la parola con cui il latino designa il concetto “albero”, è chiaro che solo gli accostamenti consacrati dalla lingua ci appaiono conformi alla realtà e scartiamo tutti gli altri. Noi chiamiamo segno la combinazione medesima e dell’immagine acustica: ma nell’uso corrente questo termine designa generalmente soltanto l’immagine acustica, per esempio una parola. Si dimentica che se arbor è chiamato segno, ciò è solo in quanto esso porta il concetto “albero”, in modo tale che l’idea della parte sensoriale implica quella totale.

Noi proponiamo di conservare la parole segno per designare il totale, e di rimpiazzare concetto ed immagine acustica rispettivamente con significato e significante (da questa ed altre considerazioni di Saussure si trassero conclusioni teoriche che spinsero studiosi dei diversi paesi occidentali ad interpretare in chiave estensiva il pensiero saussuriano, al punto tale di giungere a considerare ogni simbolo che poteva avere significati riconosciuti o fattualmente comunque considerati oggettivamente presenti e virtualmente recepibili nella trasmissione sensoriale, un simbolo inteso come oggetto reale e sensibile, percepibile cioé ai sensi, come un segno, creato ed insieme pienamente conoscibile unendo tra loro un significante, come una parola scritta, un disegno, un nota musicale emessa da un strumento, ed un identificabile significato, quest’ultimo essendo oggettivamente impossibile da comunicare senza un relativo supporto concreto, reale, sensibile. Nascevano così gli studi delle scienze semiotiche, feconde di risultati conoscitivi sia nell’arte {e critica artistica} che nei campi comunicativi massmediologici, letterari, scientifico-comunicativi in generale, Nota RDM)

Il legame che unisce il significante al significato è arbitrario, o ancora, poiché intendiamo con segno il totale risultante dall’associazione di un significato e di un significante, possiamo dire che il segno linguistico è arbitrario. […] Poiché il segno linguistico è arbitrario, sembra che la lingua, così definita, sia un sistema libero, organizzabile a volontà, dipendente unicamente da un principio razionale. Il suo carattere sociale, considerato in sé stesso, non è in netta opposizione con questo punto di vista.

Senza dubbio la psicologia collettiva non opera su di una materia perfettamente e puramente logica; bisognerà mettere in conto tutto ciò che fa deviare la ragione nelle relazioni pratiche da individuo a individuo. E tuttavia, ciò che ci vieta di guardare alla lingua come ad una semplice convenzione, modificabile a piacere dagli interessati non è questo: è invece l’azione del tempo che si combina con l’azione della forza sociale: fuori della durata, la realtà linguistica non è completa e nessuna conclusione è possibile.
Se si prendesse la lingua nel tempo, senza la massa parlante (immaginiamo un individuo isolato per che possa vivere parecchi secoli), non si constaterebbe forse nessuna alterazione: il tempo non agirebbe su essa. Nella realtà bisogna aggiungere al [nostro presupposto di lingua unita ad una massa parlante, che, concretamente, attua gli atti linguistici reali rendendo la lingua ‘viva’], l’assunto cronologico del trascorrere del tempo. Le forze sociali, tramite la loro azione diretta nel tempo, nel contesto sociale considerato, arrivano a produrre notevoli effetti, contemporaneamente arrivando al principio di continuità linguistica, che annulla le libertà, ma che, insieme e inevitabilmente, attua l’alterazione, lo spostamento dei rapporti linguistici, associando diversi significanti a significati uguali, simili, o creati socialmente; creando cioé diversi segni, e perciò trasformando la lingua e i rapporti linguistici sopra considerati. » – Materiale estrapolato e rielaborato dal testo Corso di linguistica generale, ed. Laterza, testo costruito dalla revisione critica di appunti presi alle lezioni universitarie dello studioso svizzero Ferdinand De Saussure.

Nota RDM: la lingua esiste quindi, al di là del fatto di essere parlata, indipendente dal singolo parlante (la lingua italiana non è che marginalmente rappresentata da un singolo individuo madrelingua); pur essendo libera però dalla massa dei parlanti, la lingua è altresì da loro creata. Esempio efficace nel rappresentare il precedente concetto è quello rappresentato dal DNA, incarnando ogni comune essere umano un perfetto prototipo del codice genetico così come la grammatica di una lingua rappresenta l’insieme dei protocolli comunicativi, delle regole, dei presupposti attraverso i quali poterla utilizzare; contemporaneamente, però, il DNA è struttura biologica cangiante, in maniera pressoché totale, considerando le singole variazioni individuali e il mondo in cui il materiale genetico umano è concretamente presente nella specie umana nei secoli, in ogni individuo; così il modo in cui una lingua viene utilizzata, piegata ad esigenze espressive, trasformata e contaminata da prospettive linguistiche sempre diverse e che si awhitentano anche di influenze di altre lingue, in cui vengono sostituiti, raggruppati, riconsiderati i termini di ciò che nel lungo termine adeguatamente definisce una lingua come suscettibile di mutamenti strutturali simili a quelli rappresentati, nell’esempio parallelo, dall’evoluzione genetica umana. Abbiamo cioé una lingua parlata seguendo delle regole e contemporaneamente alterata, modificata proprio da quegli atti di espressione linguistica che delle regole dovrebbero rappresentare un continuo reiterarsi.

Estrapolazione di alcuni passaggi testuali
sulla Sociolinguistica

Autrice originaria
Prof.ssa Patrizia Bellucci
Università degli Studi di Firenze

Fin dai suoi inizi, ciò che è stato inteso sotto l’etichetta di sociolinguistica ha avuto interpretazioni e latitudini molto varie e differisce spesso in maniera sensibile da studioso a studioso. […] La questione è complicata dal fatto che le varie concezioni giocano su tre parametri principali tra loro disomogenei, vale a dire:




-Il rapporto fra la sociolinguistica e la linguistica (con accento sui metodi e sul significato dello studio dei fatti sociolinguistici);
-La quantità e il genere dei fenomeni pertinenti (con accento sull’oggetto di studio);
-La relativa interdisciplinarità e pluridisciplinarità (con accento sull’impostazione e l’angolatura di studio).

[…] 1. Il repertorio linguistico di una comunità è l’insieme delle varietà di lingua e dialetto simultaneamente disponibili alla maggior parte dei parlanti di quella comunità, in un certo periodo di tempo. Il concetto di repertorio linguistico non va semplicisticamente inteso come una mera somma lineare di varietà di lingua, ma comprende anche, e in maniera sostanziale, i rapporti fra di esse e i modi in cui questi si atteggiano, la loro gerarchia e le norme di impiego (Berruto 1995, pp. 70-72). Come si vede, il concetto di repertorio è strettamente legato a quello di comunità linguistica. In Italia il repertorio può essere monolingue – come in Toscana, in cui dialetto e lingua appartengono allo stesso codice – ma in genere è bilingue (con diglossia [vedi Glossa RDM successiva]), poiché dialetto e lingua costituiscono codici distinti.
Con codice si intende un insieme di segni e di regole di combinazione di questi segni. Compito dell’insegnante, dunque, è non l’addestramento di una varietà, ma l’ampliamento dell’intero repertorio linguistico a partire da quello effettivamente posseduto dai singoli ragazzi (l’educazione linguistica deve procedere per ampliamento e non per sostituzione). […] Nella maggior parte d’Italia dialetto e lingua appartengono a codici diversi – sono, cioè, sistemi linguistici distinti, sviluppatisi direttamente dal latino [e non sono certo “corruzione dell’italiano”!] – per cui la condizione maggioritaria era di bilinguismo con diglossia: infatti l’italiano costituiva la varietà ‘alta’ del repertorio, in quanto lingua nazionale, ma essenzialmente limitata agli usi scritti, formali e, soprattutto, ufficiali (lingua dello Stato e delle sue istituzioni, lingua dell’Amministrazione e della burocrazia, lingua letteraria, ecc.), mentre il dialetto era utilizzato praticamente in tutte le sfere della vita quotidiana e costituiva la varietà ‘bassa’ del repertorio: quindi dialetto e lingua erano distinti per ambito d’uso e contemporaneamente gerarchizzati.

Glossa RDM: tratta da uno scritto di Augusto Ancillotti – Diglossia: Ferguson indica l’uso di due o più lingue in rapporto socialmente strutturato all’interno di una comunità, cioé due sistemi linguistici dotati di diverso prestigio. Esempio di diglossia è rappresentato dall’uso della lingua araba nelle comunità islamiche, dove esiste un arabo coranico adoperato negli ambiti pubblici (cerimonie religiose e contesti istituzionali) e un arabo colloquiale o dialettale che differisce a seconda della comunità di appartenenza e della sua posizione geografica (per esempio arabo marocchino, arabo egiziano, arabo libico, arabo siriano e cosi via).

In Toscana e in una parte dell’Italia mediana si aveva invece monolinguismo con diglossia, in quanto si presentava la stessa differenziazione funzionale e gerarchica, ma dialetto e lingua appartengono allo stesso codice. In realtà, fino agli anni ‘50/’60 tutti conoscevano il dialetto e ben pochi dominavano l’italiano per cui gli strati sociali inferiori delle aree urbane e le classi rurali presentavano diglossia senza bilinguismo, mentre la borghesia urbana tendenzialmente presentava bilinguismo/monolinguismo con diglossia.
Negli ultimi decenni, in seguito ai fattori di italianizzazione e con il passaggio da una società agropastorale ad una società a forte urbanizzazione, basata sempre più su industria, commercio e terziario, con l’incremento della mobilità sociale e della scolarizzazione e, soprattutto, con la capillare esposizione ai media, si alterna fra aree a bilinguismo/monolinguismo con diglossia (ad es.: Veneto, provincia toscana, ecc.) e centri maggiori o aree più industrializzate a bilinguismo/monolinguismo senza diglossia, nel senso che è ampia e diffusa la competenza di dialetto e lingua, ma con capacità di uso appropriato dell’uno e dell’altro a seconda dei contesti comunicativi e degli scopi pragmatici.
Nelle aree metropolitane e con le giovani generazioni stiamo assistendo al tendenziale abbandono del dialetto; questo appare sempre più confinato, al massimo, nella competenza passiva o è recuperato in funzioni esclusivamente fàtico/espressive (gergo giovanile, alcuni gruppi rap, ecc.) o con inedite funzioni ‘distintivo/selettive’ da parte delle ‘classi alte’; un capitolo a sé è poi costituito dal recupero di dialetti e lingue minori in funzione secessionista. […]

2. La comunità linguistica è costituita da un insieme di persone, di estensione indeterminata, che condividano l’accesso a un insieme di varietà di lingua e che siano unite da una qualche forma di aggregazione socio-politica. L’insieme di varietà di lingua e l’estensione dell’aggregazione possono essere stabiliti di volta in volta (Berruto 1995, 72). I parlanti di una data comunità linguistica condividono non solo la conoscenza di diverse varietà del repertorio linguistico, ma anche la competenza delle regole di tipo sociale che governano l’uso e la scelta dell’una o dell’altra varietà del repertorio. La comunità linguistica, dunque, condivide una competenza linguistica, ma anche una competenza comunicativa, che porta a riconoscere l’appropriatezza situazionale e funzionale, che regola l’utilizzazione di ciascuna varietà di ciascun codice del repertorio linguistico di una data comunità.

3. Varietà di lingua. […] Ciò che individua una varietà di lingua è il co-occorrere, il presentarsi assieme, di certi elementi, forme e tratti di un sistema linguistico e di certe proprietà del contesto d’uso: dal punto di vista del parlante comune una varietà di lingua è infatti designabile come il modo in cui parla un gruppo di persone o il modo in cui si parla in date situazioni.
Le varietà di lingua sono insomma la realizzazione del sistema linguistico in, o meglio presso, classi di utenti e di usi: più tecnicamente ‘forme convenzionalizzate di realizzazione del sistema’, che rappresentano un modello ricorrente di concretizzazione, attivato dal contesto socio-situazionale, di alcune delle possibilità insite nel sistema.
[…] Una varietà di lingua è un insieme di tratti congruenti di un sistema linguistico che co-occorrono con un certo insieme di tratti sociali, caratterizzanti i parlanti o le situazioni d’uso.”, p. 77: “Una lingua è vista dal sociolinguista come una somma di varietà; e più precisamente come una somma logica di varietà, data dalla parte comune a tutte le varietà (il nucleo invariabile del sistema linguistico) più le parti specifiche di ogni singola varietà o gruppi di varietà.”

4. Si definiscono registri le varietà di lingua legate ai contesti situazionali – ed anzitutto al grado di formalità dell’interazione – e caratterizzati da usi diversi di elementi fonetici, morfosintattici e semantici della lingua comune (Es. Ho consistenti problemi economici / Non ho soldi / Non ho il becco d’un quattrino).

5. Lingue speciali (o usi speciali della lingua). Già l’Altieri Biagi ed altri linguisti hanno da tempo sottolineato che i linguaggi scientifici, nelle loro attuazioni migliori, si contraddistinguono per la creatività e i notevoli punti di contatto con le varietà alte e, soprattutto per il passato, con la lingua letteraria. Queste caratteristiche e la capacità di interagire da una parte con la ‘lingua comune’ e dall’altra con la ‘lingua letteraria’ fanno sì che i linguaggi specialistici costituiscano il terzo polo della comunicazione linguistica. È constatazione diffusa che i linguaggi scientifici hanno ormai in parte sostituito la letteratura nel ruolo di modello di prestigio, cui si ricorre anche per innalzare l’italiano comune.

Tutto questo pone nuovi e improgabili compiti alla scuola superiore, che non può continuare ad attardarsi nella convinzione pregressa che la lingua letteraria sia “IL” modello esclusivo: è forse il più alto […] ma non è l’unico ed è ormai insufficiente a garantire da solo una piena alfabetizzazione funzionale. Senza retorica ma anche senza banalizzazioni, è ‘dato di fatto’ che per essere membri di pieno diritto di una comunità linguistica occorre avere anche abilità operative e procedurali e competenze linguistiche alte: ad esempio, capire davvero le leggi e le comunicazioni pubbliche che regolano la nostra vita civile, un saggio scientifico o una relazione tecnica, un referto medico o anche semplicemente un telegiornale spesso è tutt’altro che facile.
Abbastanza recentemente, Sobrero ha risolto – con una proposta tassonomica – che seguirò da vicino – una certa confusione terminologica preesistente tra linguaggi speciali, linguaggi specialistici, linguaggi settoriali, microlingue, ecc. Anche Dardano 1994 b, n. 1, osserva: “Riflettono in parte i diversi orientamenti dell’analisi le varie etichette attualmente in uso: ‘sottocodici’ (funzionalismo), ‘linguaggi settoriali’ (interesse per gli utenti), ‘lingue speciali’ (in cui si comprendono di solito i linguaggi tecnici e quelli scientifici). Tuttavia tra gli studiosi l’accordo non è completo” e ricorda come De Mauro 1982b: 131 preferisca parlare di ‘usi speciali della lingua’.
Sobrero definisce lingue speciali quelli che Berruto chiama invece sottocodici e cioè le varietà di lingua note come varietà situazionali o funzionali-contestuali o, meglio, diafasiche “che sono utilizzate per comunicare determinati argomenti, legati a particolari attività lavorative e professionali, come ad esempio la matematica, la biologia, la linguistica, la musica, lo sport. La caratteristica principale dei sottocodici/lingue speciali è quella di avere un lessico specialistico. In molti di essi, riferiti agli ambiti della tecnica e della ricerca scientifica, il lessico specialistico si configura come una vera e propria nomenclatura, cioè un insieme di termini ciascuno dei quali ha una definizione concettuale esplicita all’interno di una tassonomia gerarchica. A sua volta la tassonomia è determinata da una classificazione scientifica (o tecnica) che dipende dalle strutture concettuali tipiche della disciplina”.
Vedi anche la definizione, forse più trasparente, di Cortelazzo 1990: 5-6: “per lingua speciale si intende una varietà funzionale di una lingua naturale, dipendente da un settore di conoscenze o da una sfera di attività specialistici, utilizzata, nella sua interezza, da un gruppo di parlanti più ristretto della totalità dei parlanti la lingua di cui quella speciale è una varietà, per soddisfare i bisogni comunicativi (in primo luogo quelli referenziali) di quel settore specialistico; la lingua speciale è costituita a livello lessicale da una serie di corrispondenze aggiuntive rispetto a quelle generali e comuni della lingua e a quello morfosintattico da un insieme di selezioni, ricorrenti con regolarità, all’interno dell’inventario di forme disponibili nella lingua”.

Sobrero 1993 ridefinisce le lingue speciali come comprensive dei due sottoinsiemi costituiti, rispettivamente, da:

1. le lingue specialistiche delle discipline a specializzazione avanzata (come le scienze, la medicina, la fisica, l’informatica, la linguistica, la politologia, la giurisprudenza, la trattatistica architettonica, ecc.);
2. le lingue settoriali di settori o ambiti professionali meno specialistici o comunque dirette ad un pubblico più largo e indifferenziato (la lingua dei giornali, della pubblicità, della moda, dei politici militanti, della pratica giudiziaria, della critica – compreso quella architettonica – e soprattutto il linguaggio burocratico).

Le lingue specialistiche hanno un lessico specifico e ‘regole’ peculiari convenzionalmente stabilite e accettate: modalità di formazione dei neologismi, scelte sintattiche preferenziali, strutture testuali codificate, ecc.
Le lingue settoriali, invece, hanno un lessico specifico molto ridotto e una scarsa regolazione convenzionale, mentre sono spesso tributarie della lingua comune o di altre lingue speciali da cui attingono parole, espressioni, metafore, tecnicismi collaterali, ecc. Questa distinzione – fondata sul grado di specializzazione – in alcuni casi può risultare problematica, ma è certamente di grande utilità analitica.
Il lessico delle lingue speciali è costituito da tecnicismi primari – convenzionalmente definiti e talvolta addirittura codificati – funzionali a fini di precisione e di economia (e talvolta anche di neutralità emotiva) e da pseudotecnicismi o tecnicismi collaterali (secondo la definizione di Serianni) , cioè da “quelle particolari espressioni stereotipiche, non necessarie, a rigore, alle esigenze della denotatività scientifica, ma preferite per la loro connotazione tecnica” (Serianni), per cui “una determinata lingua speciale non si distingue solo per il suo peculiare lessico specialistico, ma anche per un suo peculiare alone lessicale non altrettanto specialistico” (Mengaldo) . Inoltre, si tenga sempre presente che le lingue speciali si caratterizzano a tutti i livelli linguistici: da quello lessicale a quello morfosintattico, fino al piano testuale (mentre l’addestramento scolastico esplicito spesso tende ad arrestarsi alla nomenclatura).

Sulle differenziazioni interne ai linguaggi scientifici e sulle scale di crescente formalizzazione, cfr. De Mauro 1982b: 132 e 1988: 9-19; per una sintesi cfr. Dardano 1994b: 501: “Ai nostri fini interessa sottolineare una conclusione cui giunge [De Mauro]: dal momento che è fondata su assiomi, una scienza ‘dura’ (come la matematica o la fisica) ha un bisogno piuttosto ridotto di termini specialistici e sconosciuti alla lingua comune. Invece a tale specificità formale devono ricorrere, con maggiore insistenza, le ‘scienze molli’, che hanno un continuo bisogno di differenziarsi dalla lingua comune mediante particolari scelte lessicali: si pensi, ad esempio, alla stessa linguistica, con le sue varie specializzazioni. A questo quadro di riferimento è opportuno aggiungere una precisazione: la scelta dei vocabolari scientifici è condizionata anche da fattori storici.”
Va ricordato poi che anche le lingue speciali sono sottoposte a variazione verticale o diafasica, sulla base della varietà dei destinatari, delle situazioni comunicative e delle funzioni. In particolare, a partire dalla fine degli anni settanta si è notevolmente sviluppato un filone di studi, che tende a correlare la stratificazione orizzontale delle lingue speciali con quella verticale introdotta dalla varietà dei destinatari, delle situazioni comunicative e delle funzioni. Le analisi della stratificazione verticale delle lingue speciali hanno prodotto modelli a gradi diversi di differenziazione. […] Nell’insieme, prevale l’individuazione di almeno tre livelli, per cui, ad esempio, Gotti 1991 distingue tra:

I) esposizione scientifica (con cui l’esperto si rivolge ad altri specialisti);
II) istruzione scientifica (nella quale l’esperto si rivolge a dei non-specialisti con finalità esplicative e le cui realizzazioni tipiche sono costituite dalla manualistica universitaria e dai manuali d’istruzione);
III) giornalismo scientifico (in cui lo specialista informa su concetti tecnici ricorrendo il più possibile alla lingua, e all’esperienza, comune). Più in generale si può osservare che il parametro fondamentale di differenziazione, che regola l’intricata organizzazione della dimensione verticale, è sostanzialmente costituito dalla diversità per ampiezza e tipologia degli utenti e dei destinatari di volta in volta ‘mirati’ . Sappiamo tutti anche che la divulgazione scientifica in Italia costituisce – nonostante la sterminata letteratura in proposito – uno dei problemi tradizionalmente irrisolti, con grave danno culturale e ‘civile’.

6. Un particolare tipo di varietà diastratiche e contemporaneamente funzionali-contestuali è costituito dai gerghi, usati da particolari gruppi sociali o socioprofessionali a fini criptici – cioè di esclusione dalla comunicazione dei non appartenenti al gruppo (come nel gergo della malavita) – o a fini fàtici (come nel gergo giovanile, in cui parole ed espressioni tipiche, ‘parolacce’, ecc. funzionano come ‘ammiccamento’ del riconoscersi parte dello stesso gruppo).

7. Lo svantaggio sociolinguistico. Oggi si pone il problema e l’esigenza di focalizzare e ridefinire che cosa sia attualmente lo svantaggio sociolinguistico.
[…] Cfr. Berruto in Colombo-Romani 1996, 37-8: “lo svantaggio sociolinguistico nel contesto della situazione sociolinguistica italiana, lo identificherei anzitutto come una somma (o un prodotto ?) di fondamentalmente due fattori.
Da un lato, l’essere parlanti nativi di una varietà sociogeografica di lingua (intendendo con questo la varietà tipica del gruppo sociale da cui si proviene e di cui si è membri) sanzionata negativamente, verso la quale cioè gli atteggiamenti socioculturali diffusi sono negativi, deprezzanti; dall’altro lato, il possedere una gamma ridotta di varietà funzionali-contestuali della lingua (il che equivale a dire non avere la capacità di differenziare le proprie prestazioni linguistiche in modo tale da poter compiere con la lingua una gamma ampia e variegata di funzioni). […] L’unione dei due fattori suddetti significa per esempio che in Italia […] è linguisticamente svantaggiato chi ha come varietà nativa un dialetto, o una lingua di minoranza, o l’italiano popolare, e contemporaneamente non possiede un ventaglio di varietà funzionali-contestuali tali da metterlo in grado di usare la lingua per realizzare un’ampia gamma di compiti, specie sul versante formale e dell’uso intellettuale della lingua.
De Mauro, a sua volta , ha richiamato l’attenzione su come, fra le tante condizioni che provocano la multiformità degli svantaggi, ci siano sicuramente a livello linguistico:

– distanze di lingua-sistema: è il caso dei dialettofoni o dei parlanti una lingua di minoranza e degli immigrati stranieri;

– distanze di lingua-norma: è il caso, ad esempio, di chi non riesce ad oltrepassare la soglia di un ‘italiano popolare’ marcato in diastratia (la variabile diastratica correla le variazioni linguistiche alle molteplici fratture socioculturali, nota RDM tratta da italicon.it) e contemporaneamente in diatopia (le variazioni diatopiche rappresentano le differenziazioni dialettali e le “subnorme” territoriali accettate come varianti regionali, nota RDM tratta da italicon.it).

– distanze di lingua-uso: è il caso di chi non riesce a padroneggiare la gamma di variazione della lingua e resta compresso fra i due poli costituiti da un italiano parlato più o meno povero e stereotipico e un uso ‘scolastico’ o ‘burocratico’ (e magari contemporaneamente popolare) per lo scritto. […]

8. Il lessico. Nella linguistica quantitativa si definisce frequenza “la percentuale di presenze di un determinato fenomeno, rilevata all’interno di un determinato campione”, in sintesi il numero assoluto delle occorrenze.
Ad esempio, in un manuale di Storia dell’Arte, parole come affresco o sinopia, chiaroscuro, policromia o panneggio saranno quasi certamente parole ad alta frequenza, ma ne avranno una ben più bassa, probabilmente nulla, se il corpus è invece costituito da un insieme di conversazioni quotidiane. Ecco, quindi, che occorre considerare, nei corpora di volta in volta esaminati, anche la dispersione di ciascun termine, cioè il numero di generi e tipi di testi diversi – orali, scritti o trasmessi che siano – “in cui la parola appare. Se la parola appare in tutti i tipi di testi del campione, ha una ‘dispersione’ massima. Se appare in un solo testo, ha una dispersione minima. Moltiplicando frequenza e dispersione, le parole più ‘disperse’ acquistano l’importanza loro dovuta. Dalla moltiplicazione di frequenza e dispersione abbiamo ciò che i linguisti chiamano “uso della parola”. Fra le parole citate sopra, ad esempio, solo affresco è parola di alto uso.
Aggiungiamo infine il termine disponibilità, con cui si designa “La possibilità del parlante di accedere a unità immagazzinate nella sua memoria. Lessico disponibile è quello sicuramente presente nella memoria, indipendentemente dall’effettiva frequenza d’uso (che può essere anche molto bassa)”.
Parole come casa, pianoterra, muro, tetto, cemento armato, conduttura, decorazione, scalinata, pianoterra, mobilio, mosaico, pittura e scultura, ecc. potrebbero anche essere completamente assenti in un determinato corpus, ma sono certamente di alta disponibilità per ogni adulto parlante italiano.
Il lessico comune di una lingua è costituito dalle parole che “persone appartenenti a parecchie categorie e regioni diverse, più esattamente parecchie persone di parecchie categorie abbastanza diverse tra loro, possono capire e perfino usare in un qualunque discorso, con un interlocutore di qualunque categoria professionale o regionale”.
Più tecnicamente, possiamo precisare che sono parole caratterizzate contemporaneamente da alto uso o alta disponibilità e, soprattutto, da alta dispersione. Pensiamo a voci come affresco (ma non sinopia), architettura (ma non beccatello o rinfianco), casa (ma non concio) […] e così via.


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Roberto Di Molfetta, 1974, nativo di Salerno, da madre romana e padre di Ceccano (Frosinone), ha avuto parecchie città di residenza, ma deve la sua formazione soprattutto al periodo ventennale trascorso nel centro della Capitale. Laureato in Comunicazione alla Sapienza di Roma, si occupa ormai da anni di Web Marketing, ottimizzazione per i motori di ricerca e creazione di siti Web. Non dimentica però la sua passione per la sociologia, dalla quale è nato questo progetto scientifico. Poeta, sensibile, molto affezionato alla madre, è affascinato dalla conoscenza e dalla bellezza dell’Arte e della Natura, nonché dalla tenerezza degli animali. Ha fondato il progetto Appunti di Scienze Sociali nel luglio del 2004, originariamente su hosting gratuito poi divenuto appuntidiscienzesociali.it infine trasformatosi nell'attuale progetto www.scienzesociali.org Contatti: [email protected] - Sito Web: www.robertodimolfetta.it

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