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Riflessioni sulla disoccupazione | Scienze Sociali - Org

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Riflessioni sulla disoccupazione

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Vorrei affrontare una tematica che mi sta molto a cuore, più che altro perché riguarda uno stato personale in cui mi trovo nel momento della stesura di queste righe. Desidero trattare dei costi umani e sociali della disoccupazione, piaga che affligge il nostro Paese a livello strutturale da sempre e che nella crisi degli anni attuali sta diventando causa di problematiche così profonde e vaste insieme da costituire una priorità nell’attenzione della popolazione interessata, dei media, delle istituzioni, ed infine, ma non in ultimo, dei sindacati.
Il disoccupato perde principalmente, perdendo il lavoro, la sua fonte di reddito principale, o esclusiva, spesso di fronte ad un patrimonio personale e famigliare costituito nel più fortunato dei casi solamente da una singola proprietà, l’immobile dove abita.
Ma ovviamente il costo della disoccupazione non risiede solamente nella mancanza del denaro che periodicamente permette di provvedere al mantenimento di sé e della propria famiglia. Non sottrae solamente il denaro per le bollette la condizione di disoccupato, ma anche il senso di appartenza sociale dell’individuo: la persona disoccupata, privata del suo posto nel meccanismo produttivo della struttura sociale, sente il peso di un vuoto di identificazione come meccanismo di partecipazione al benessere sociale, collettivo. In una parola, da retribuito organo della società, gregario ma partecipante, diviene escluso, emarginato, “peso”.
Non si può certo escludere infatti, che il disoccupato senta immediatamente, nel momento stesso in cui apprende del licenziamento, la durezza della condizione di problema sociale della sua condizione, il fatto di dover dipendere delle decisioni non di una distribuzione di ricchezza del sistema produttivo, ma solo dall’ottica assistenziale di un Welfare invero insufficiente.
Ciò fa male all’autostima quanto la mancanza del reddito addolora la persona che non può provvedere ai suoi cari, o semplicemente ai più elementari bisogni della propria identità di adulto. Oltre alla mancanza di appartenenza sociale del sistema produttivo in generale, il disoccupato “perde” anche la sua azienda, della quale, anche solo inconsciamente, le persone possono andare orgogliose. Il senso di appartenenza e poi di esclusione agiscono sia per la società in generale sia riguardo al proprio ambito lavorativo ristretto, l’azienda dove si lavorava.
Un reietto che difficilmente riuscirà a trovare un dignitoso lavoro a breve prende il posto dell’impegnato e laborioso ingranaggio produttivo che riceveva, magari anche la soddisfazione di sentirsi parte di qualcosa più grande ed importante, come accade per gruppi aziendali più grandi, prestigiosi, e di successo.
Il costo personale si allarga di conseguenza, stante il dolore e lo scoramento, ai problemi di tipo medico, l’ipertensione, la depressione, l’alcolismo, fino ad arrivare all’annientamento del suicidio, non-soluzione ai problemi che purtroppo viene contabilizzata con precisione dai mezzi di comunicazione di massa.
Affrontiamo inoltre il problema del mercato del lavoro: in un sistema dalla disoccupazione strutturale connaturata come quello italiano, con un sistema scolastico e universitaria che non forma lavoratori ma semplici titolati, il lavoratore non ha neanche i mezzi e la fiducia per immettersi di nuovo sul mercato lavorativo sapendo di poter semplicemente sostituire un lavoro con un altro.
Anzi la precarizzazione delle assunzioni ha fatto si che svolgere l’attività lavorativa sia una condizione che incorpora in sé i problemi sopra descritti sulla mancanza di reddito continuo, di appartenenza sociale e aziendale, per cui si può definire, per una parte del paese, la vita lavorativa come una disoccupazione a metà permanente.
Se aggiungiamo ai problemi della disoccupazione anche il doppio binario della sfiducia nella classe politica del nuovo millennio ed insieme le litanie qualunquistiche della comunicazione microsociologica, che aggravano complementariamente lo scoramento dell’ex-lavoratore, ci troviamo di fronte una persona così sfiduciata per elementi economici, culturali, psicologici e di salute che la qualità della vita in certi casi può dirsi addirittura peggiore di quella del servo della gleba, il contadino che lavorava tutto il giorno e veniva venduto insieme alla terra, che però non aveva i pesi mentali di una società formalmente opulenta e consumistica che però lo rifiuta come produttore e riproduttore di ricchezza e insieme la sua situazione di disoccupato.
La speranza per il futuro può risiedere solamente in un ripensamento globale del sistema economico, che ponga al centro del sistema Italia il lavoro e non la finanza e le Borse.

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Roberto Di Molfetta, 1974, nativo di Salerno, da madre romana e padre di Ceccano (Frosinone), ha avuto parecchie città di residenza, ma deve la sua formazione soprattutto al periodo ventennale trascorso nel centro della Capitale. Laureato in Comunicazione alla Sapienza di Roma, si occupa ormai da anni di Web Marketing, ottimizzazione per i motori di ricerca e creazione di siti Web. Non dimentica però la sua passione per la sociologia, dalla quale è nato questo progetto scientifico. Poeta, sensibile, molto affezionato alla madre, è affascinato dalla conoscenza e dalla bellezza dell’Arte e della Natura, nonché dalla tenerezza degli animali. Ha fondato il progetto Appunti di Scienze Sociali nel luglio del 2004, originariamente su hosting gratuito poi divenuto appuntidiscienzesociali.it infine trasformatosi nell'attuale progetto www.scienzesociali.org Contatti: [email protected] - Sito Web: www.robertodimolfetta.it

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